Di Maio e Salvini esitano sul nome del “Premier”

Di Maio e Salvini, sembrano essersi arenati sul nome del prossimo Primo Ministro. Di Maio ha sempre sostenuto che il Presidente del Consiglio dovrebbe spettare al M5S in quanto partito di maggioranza relativa. Salvini insiste che tale figura dovrebbe spettare alla Coalizione in quanto abbondantemente più rappresentativa di M5S. Come contropartita, Luigi Di Maio ha offerto a Salvini un minimo di 4 ministeri tra i più importanti.

Il sottoscritto fa fatica a credere che due uomini che si sono ripetutamente scambiati complimenti in pubblico (cosa più unica che rara nell’arena politica italiana) e che hanno dialogato e risolto insieme più di una difficile trattativa nelle ultime settimane siano pronti a buttare tutto per aria sulla poltrona del Primo Ministro. Perché? Ma perché nel sistema parlamentare italiano, il mestiere di un PM è quello di un “primus inter pares”, un ministro alla pari con pochi veri poteri. Certamente, nulla in confronto ai poteri di un Primo Ministro Britannico.

D’altra parte, siccome entrambi hanno sempre mantenuto la parola data e giocato a carte scoperte, l’offerta di quattro o più dei principali dicasteri alla Lega dovrebbe giungere come musica particolarmente gradita alle orecchie di Matteo Salvini e la sua Lega.

Dietro l’impasse ci potrebbe essere lo zampino dei Cinque Stelle, riluttanti a dare qualsiasi cosa di valore a Silvio Berlusconi e Forza Italia. Ma anche in tal caso, se trattato con la dovuta discrezione, non dovrebbe esserci nulla di così importante da costituire un ostacolo insormontabile per il Sig. B o il suo partito, data l’opportunità d’oro di tenere i piddini a bocca asciutta e lontani dal potere per una legislatura intera. L’opportunità di “prosciugare la palude (romana)” è troppo ghiotta per lasciarsela scappare tra le dita dei pentastellati e la Lega e potrebbe addirittura finire per cementare i rapporti tra la coalizione di centro-destra e M5S.

Tenuto conto, poi, che la coalizione di centro-destra e i pentastellati costituiscono l’embrione di un nuovo parlamento rappresentato in gran parte da una nuova destra e sinistra non compromessi con gli “ismi” del passato, nelle sapiente mani di persone con vision, savoir faire e audacia, queste forze potrebbero dar vita ad una stagione di institutional rebuilding che liberi il potenziale italiano dalle catene del suo passato.


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