Per vincere la sfida digitale servono i privati

Nel bel articolo del buon Roger Abravanel: “Come fare a non perdere la partita digitale”, pubblicato su il Corriere della Sera di mercoledì 21 marzo 2018, Roger spiega che, come nei decenni passati (e nonostante la società “apertissima” diretta molto dai socialisti nostrani e poco dai nostri conservatori), anche con la rivoluzione digitale, l’Italia rischia di perdere il TAV, ovvero di fallire “….. la transizione verso la rivoluzione digitale”. Esattamente come è stata persa quella post industriale, ci spiega Abravanel, l’Italia rischia di perdere anche quella digitale, e ciò a prescindere dalla Lega (vedi l’articolo di Panebianco). Perché? Anche se il fiorire di start-up ha moltiplicato i players del settore in 500 Pmi tra i 20 e i 100 milioni di fatturato “… veri e propri campioni della crescita” per citare Abravanel. Il problema resta quello di sempre, le dimensioni, ma non solo.

Anni fa a Modena, l’autore partecipò ad un convegno che ospitava l’Ing. De Benedetti. Ebbene, durante il suo discorso interessante, egli apostrofò l’uditorio pieno di piccoli e medi imprenditori. Nel regno del “piccolo è bello”, come si diceva allora, De Benedetti concluse la sua arringa dicendo pressapoco così, piccolo  sarà anche bello, ma vi posso garantire che grande è meraviglioso! Ecco, senza aziende di rilievo, non si va molto lontani. Ora in un Paese dove il più bello e spesso anche il più ricco, grande e grosso è lo stato, le probabilità per i privati di farcela sono scarse. 

Per vincere la sfida secondo Abravanel, bisogna puntare su: 1) Il digital talent che non vuol dire solo l’informatica ma anche le relative risorse umane capaci di ideare, realizzare ed analizzare dati e di lavorare in equipe (cosa non facile nella mia esperienza lavorativa in Italia perché curata poco nelle scuole e negli sport anche di squadra). 2) Un mercato evoluto dove non ci si limita a vendere solo alla Pa italiana.

L’altro problema sono le “due” Italia confermate anche dalle recenti elezioni del 4 cm. Se le 500 Pmi di cui sopra sono nella stragrande maggioranza al Nord che rappresenta la parte più integrata con l’Europa ed in ripresa economica (nonostante la Lega ndr), il Sud si presenta come area in crescente difficoltà.

Roger Abravanel conclude che l’Italia nonostante il ritardo può ancora evitare di perdere anche la rivoluzione digitale dei prossimi 30 anni “….. solo se gli italiani rivedranno le loro priorità, tra queste primeggia una educazione di qualità (che non potrà non aprirsi alla concorrenza dei privati eliminando un monopolio pubblico che non ha ragion d’essere e qui l’esperienza della Chiesa Cattolica americana potrebbe essere di grande aiuto ndr) e non blocco dell’immigrazione (che però si può e si deve controllare, magari per legge [meglio se per risoluzione comunitaria] con tanto di quote, paese per paese). Roger suggerisce agli italiani di iniziare a lavorare a 20 anni e magari studiare fino a 60 anni e di non andare in pensione il prima possibile come si è sempre fatto. La Germania è da sempre nostra principale cliente e fornitrice. Ed il Nord è integrato con quella economia dall’epoca dei Templari quando pure c’era un “Carroccio” (quello, longobardorum). Il buon Roger conclude auspicando per gli italiani un reddito da lavoro digitale al posto di quello di cittadinanza per chi perde il lavoro per colpa del digitale.

Salvo per l’immigrazione, la descrizione fatta da Abravanel sulle nostre chances di cavarcela con la rivoluzione digitale stridono non solo con idee e programmi della sinistra tradizionale italiana ma anche con quella di altri player politici perché per vincere la sfida del digitale e non solo quella, occorrerà modificare aspetti culturali ed istituzionali di un paese che sembra fermo al passato, bloccato dalla paura di cambiare.


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