E propio quando l’Italia stava diventando di nuovo interessante!

Il 3 maggio saranno due mesi esatti da quando gli italiani hanno votato nelle ultime elezioni generali. I partiti politici maggiori si presentarono alle elezioni del 4 marzo con grandi aspettative, e come ai vecchi tempi tutti si aspettavano di uscirne … “vincenti”, non “perdenti”. Essi avevano pensato bene riscrivere la legge elettorale previgente, eliminando il vecchio sistema maggioritario dell’epoca Berlusconi / Prodi perché favoriva un sistema bipolare che impediva l’affermarsi di quell’effetto “Torre di Babele” che in passato aveva assicurato il predominio delle segreterie dei singoli partiti sul parlamento aumentando quello dell’esecutivo (anatema) per gli “antifa”. Subito i partiti si rifugiarono in una nuova legge elettorale velocemente messa insieme secondo la vecchia maniera della Prima Repubblica con basse soglie per entrare in parlamento in base ad un nuovo sistema elettorale che mischia regole proporzionali e maggioritarie in un “cocktail” che avrebbe scompaginato il campo di gioco politico e le circoscrizioni elettorali al punto che all’indomani del voto avrebbe prodotto il risultato che noi tutti conosciamo: un parlamento bloccato.

Nel vecchio sistema politico italiano, “cane non avrebbe mai mangiato cane”. Nel sistema parlamentare della Repubblica italiana il gioco che si giocava all’interno delle sue sacre mura non è mai stato a somma zero. Nessuno dei Leader ha mai veramente rischiato di perdere il proprio posto, né di vincere in modo travolgente. Nel gioco del pallone politico all’italiana ci si è sempre accontentati di “non perdere” veramente. Lo 0 a 0 nel calcio. Ed infatti, solo i pivelli alle prime elezioni rischiavano. Tutti gli altri vincevano un po’ e un po’ perdevano, tanto per salvaguardare le apparenze. I veri vincitori erano i partiti politici ed i loro Capi. Una volta eletto, il deputato o senatore come il professore universitario diventava un cattedratico. Coloro che superavano il primo quinquennio, erano assicurati pensioni d’oro (rispetto a quelle dei comuni mortali) vita natural durante, carriere sinecure a tempo indeterminato. Oltre a stipendi da capogiro pagati loro soltanto per stare in panchina, godevano e godono tutt’ora di benefici e privilegi come in nessun altro paese occidentale.

Una volta eletto deputato o senatore, il politico diventa una sorta di quadro o dirigente nel partito d’appartenenza. Da lì in poi, sono soldi alla grande resi più dolci dai rischi bassi e dalla sostanziale irresponsabilità riservata ai legislatori. Il sistema fu costruito proprio per tenere i capi (ed i loro protégé) al riparo dall’ira degli elettori. Una volta che si è dentro, è praticamente per sempre.

Quando un partito ha bisogno di fare eleggere qualcuno a cui tiene possono candidarlo come fanno regolarmente in uno o più circoscrizioni elettorali o in ciò che chiamano “circoscrizioni sicure”. Ed in questo soccorre egregiamente la giurisdizione unica dello stato unitario. Nel Bel Paese non vi sono leggi dello stato o delle regioni che proibiscano candidature multiple, né esistono requisiti di residenza per potersi candidare. Chiunque un partito voglia far eleggere può candidarsi in qualsivoglia circoscrizione d’Italia approvata dal proprio partito e quella persona  sarà eletto.

D’ora in avanti Maria Elena Boschi (MEB) sarà portata ad esempio di quanto sopra: qui abbiamo una signorina residente in Toscana e di famiglia influente; già Ministro importante nei governi Renzi e  Gentiloni, le viene offerto da parte del suo partito la possibilità di candidarsi in un numero di circoscrizioni più o meno “sicure”, compreso una circoscrizione notoriamente “rossa” nell’Alto Adige, perché ritenuta a rischio nel proprio seggio di residenza. La signorina non conosce il Tedesco, non ha mai vissuto, né lavorato in Tirolo, non ha alcun punto di contatto con tale provincia, ma improvvisamente MEB si trova rappresentante di una “constituency” di lingua tedesca.

E qui sta il problema: il parlamentare italiano non rappresenta degli elettori riuniti in ciò che in inglese si dice “constituency”, non nel vero senso occidentale del termine. Nella migliore delle ipotesi egli rappresenta il suo “sponsor”, cioè il proprio Leader, corporazione, categoria o gruppo di persone che largamente si identifica con l’organizzazione di cui il parlamentare è legato. Significa anche che l’unico modo in cui un parlamentare italiano possa possa perdere o essere rimosso dalla sua “cattedra” è nel momento in cui va fuori sincrono con il proprio “sponsor” o Leader. Gli elettori non lo possono eleggere o rimuovere direttamente con il loro voto. Il popolo è privo di potere. Ma tale mancanza di potere ha giocato un brutto scherzo ai partiti il 4 marzo perché i Leader nella loro infinita megalomania hanno costretto gli elettori a spalmare la loro rabbia su di un offerta politica troppo ampia con il risultato che nessun partito – da solo- è riuscito ad avere la maggioranza necessaria per formare un governo, neanche la coalizione di centro-destra che comunque è arrivata molto vicina guadagnando il 38% dei voti.

Dopo quasi due mesi di negoziati, Di Maio e Salvini sono lontani dal formare un governo come il giorno in cui si diedero la mano ed incominciarono a scambiarsi complimenti. Perché un qualsiasi governo M5S / Lega possa sperare di durare, Di Maio e Salvini avranno bisogno di tutti i voti di cui dispongono M5S più tutti quelli della coalizione cui fa capo la Lega. In un Paese che non sa cosa sia la “disciplina partitica”, né il “rispetto verso i propri elettori”, dove persino la Costituzione non tiene senatori e deputati al vincolo dei loro mandati elettorali, può succedere di tutto e di più. Buna Fortuna Italia!


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