Il Governo del Cambiamento parte piano sull’economia

Il Corriere della Sera del 25 giugno 2018, nell’allegato intitolato “L’Economia”, si permette di suggerire al nuovo governo di coalizione alcune ricette per riportare a nuova vita un’economia italiana cloroformizzata da settant’anni di politiche economiche “pro-lavoratori”, tanto da aver impoverito i presunti beneficiari ed incoraggiato i loro datori di lavoro a vendere, chiudere o migrare a lidi più favorevoli alle Imprese. Gli italiani sono ancora shoccati dalla migrazione della Fiat verso gli USA.

Nel primo di due interessanti articoli, Mauro Maré e Nicola Rossi si concentrano sul problema della tassazione e dei piani attuali per semplificare il sistema fiscale rottamando, pare, cartelle esattoriali incagliate sotto i 100.000 Euro a fronte di transazioni cash al 6%, 15% e 25%, a saldo e stralcio dell’ammontare totale dovuto.

Nel secondo articolo, Guntram Wolff, Simone Tagliapietra ed AlessioTerzi ci forniscono una serie di dati su come una migliore organizzazione delle risorse umane, della pubblica amministrazione (PA), nonché investimenti in sostenibilità e nella green economy (tutti “totem” dell’ancien régime caro al Corriere) sono necessari per far crescere l’economia italiana. Certo è che nella situazione in cui si trova l’Italia, qualsiasi cosa può essere di aiuto: ciononostante, alcuni suggerimenti sono degni di nota.

Che l’Italia sia sotto gli standards dell’UE in materia di educazione è un fatto noto. Come rimediare ad una tale situazione quando la scuola poggia quasi esclusivamente sul monopolio concesso allo Stato in materia? Gli Autori si guardano bene dal profferire soluzioni, limitandosi a segnalare il problema e suggerendo che bisognerà spendere molto di più, specialmente nell’eternamente povero Meridione. Comunque non sarà di certo una maggiore infusione di denaro pubblico a cambiare la realtà di un “sistema” basato principalmente su scuole pubbliche.

Per il sottoscritto, l’Italia ed il Vaticano potrebbero cogliere l’occasione per rivisitare il Concordato in vigore e rinegoziare i rispettivi ruoli di Chiesa e Stato nell’educazione della prole italiana del 21esimo secolo. Un modello per un tale sforzo potrebbero essere gli USA dove funziona bene un sistema educativo multi-canale basato su sistemi scolastici misti composti da scuole pubbliche e private di ogni denominazione. Non c’è niente come la concorrenza per soffiare vita nuova in un sistema educativo ormai logoro come quello italiano. Certo che occorre coraggio e visione per una soluzione fuori dagli schemi ed anticonformista che, però, richiede l’abbandono di antichi pregiudizi politici e religiosi. Pane per i denti di un Governo del Cambiamento. La Chiesa Cattolica Americana, che dirige con successo un sistema educativo parallelo che spazia dalle scuole elementari alle Università anche di eccellenza che sono spesso alla pari con le migliori “Ivy League” Schools degli Stati Uniti, potrebbe soccorrere il Governo del Cambiamento, qualora fosse intenzionato a sfidare una tradizione di lunga data che ha servito male gli italiani.

Far in modo che la PA si alzi in piedi e si metta a correre costituisce una sfida che richiederà molto di più del vile denaro o l’idea suggerita dal Corriere che basterebbe investire nella digitalizzazione della burocrazia di Stato. E’ vero che finalmente l’Italia si appresta a cablare le città e contrade con una rete in fibre ottiche in grado di consentire agli italiani di viaggiare su Internet a velocità inimmaginabili e su banda larga. Meglio tardi che mai, ma gli italiani sono più per gli smartphone che per i computer. E di coloro che hanno accesso ad un computer, pochi hanno una buona conoscenza dello strumento Internet. E di quelli che navigano su Internet, meno ancora vanno online per interagire con la PA. L’idea del Corriere rimane ancorata all’automazione più che alla cancellazione delle miriadi di inutili certificati che gli italiani sono ancora costretti a richiedere allo Stato centrale o periferico che sia.

Il Governo del Cambiamento ha promesso di revocare centinaia di leggi che sono ancora ufficialmente in vigore, ma che cadute in desuetudine, non sono più né rispettate, né fatte rispettare dalle autorità preposte. Similmente, piuttosto che automatizzare la PA, faremmo meglio a ripensare ciò che serve veramente agli italiani in termini di burocrati e dei servizi che erogano. Mettere la PA online (cioè, su Internet) e trasformare una organizzazione ancora basata sul cartaceo, in un servizio informatizzato, richiederà più tempo che denaro e gli effetti sull’economia del Paese non si avvertiranno presto.

Chiunque abbia aperto un conto corrente od altro conto bancario in Italia ha sperimentato l’incredibile volume di carta che un tale procedimento richiede per essere in regola con le complicatissime leggi che in Italia disciplinano tali rapporti nonché la privacy. I correntisti sono costretti a sottoscrivere il loro nome innumerevoli volte su voluminosi incartamenti, il che, oltre ad essere irritante, è anche sciocco tenuto conto dell’inefficacia del sistema giudiziale preposto alla tutela legale delle parti.

Il secondo articolo suggerisce che investire nella “green economy” costituirebbe un importante aiuto alla crescita economica. L’Energia rinnovabile e industrie simili sono care al Corriere ed ai Dems dai tempi precedenti a Renzi e Gentiloni. Se avessero un tale potere di infondere una spinta all’economia, l’Italia ne avrebbe sentito i benefici già molti anni fa.

In Italia le attività economiche sono determinate, incanalate e filtrate attraverso lo Stato e le sue multinazionali o non lo sono affatto. Prima di tornare a crescere, l’Italia dovrà ripensare il ruolo dello Stato nell’economia: quanto Stato, paragonato a quanta impresa privata, sia necessaria o auspicabile per il Paese. Oggi, in pratica il 70% del PIL è generato direttamente o indirettamente dallo “Stato”, inteso come Governo o sue Agenzie. Dalla crisi finanziaria del 2007, l’Italia ha perso il 25% del proprio PIL. A parere di chi scrive, già ciò sarebbe motivo sufficiente per giustificare una completa inversione di indirizzo nel ruolo dello Stato in economia. Ma in un paese con una tradizione di “Big Government” che risale al primo dopo guerra, non è realistico aspettarsi un netto cambiamento di rotta. Lo Stato è il principale datore di lavoro in Italia e non ci si può aspettare che esso trovi e impieghi altre risorse finanziarie per stimolare l’economia.  Tali risorse sono già state sfruttate al limite. Che piaccia o meno, l’unica alternativa, a meno che non si voglia uccidere i contribuenti con aumenti ripetuti di tasse, è chiedere aiuto al settore privato, interno o esterno, per fare quegli investimenti necessari affinché l’economia italiana torni a crescere. Come? Le opzioni non sono infinite, ma abbastanza varie da dare al Governo Conte un ventaglio di possibilità.

Per far sì che l’Italia torni a crescere a un tasso significativo, bisognerà avvalersi di tutte le risorse disponibili allo Stato / Governo, oltre a tutte le risorse che potranno venire dal settore privato troppo a lungo trascurato.

N.B. Il termine “Governo” è usato come sinonimo di “Stato” e vice-versa. Per gli italiani il termine “Governo” è usato quasi esclusivamente in relazione all’Esecutivo.


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