Due articoli de, “il Giornale” indicano la strada a Salvini e Di Maio

Il buon Signore (nessuna ironia sottintesa), ci racconta come, secondo Giancarlo Giorgetti leghista in doppiopetto, i rischi per Salvini in caso di mancato accordo sarebbero altissimi soprattutto con Forza Italia e Fratelli d’Italia all’opposizione. Pardon? Sì, perché in caso di fallimento i due grossi coalition partners avrebbero gioco facile ad accusare Salvini di aver rotto la coalizione e tradito il patto con gli elettori. Nice try! Non l’avevamo capito. Giuro! E perché mai non il contrario? Dopo tutto la coalizione del centro-destra è quella che più assomiglia a quel contenitore unico che a parole tutti dicevano di volere, tutti cioè, tranne che gli alti gradi di Forza Italia e Fratelli d’Italia? E’ cambiato forse qualcosa? Tutti noi abbiamo apprezzato l’equilibrio ed il riguardo per i partners tenuto da Matteo Salvini nelle trattative con Luigi Di Maio. Attaccare Salvini in caso di fallimento domani non sarebbe carino, ma una pugnalata alle spalle. Si può fare, ma a rischio e pericolo anche di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Perché? Ma perché sarebbe un pò come dire che a perdere la seconda guerra mondiale sono stati solo i fascisti. Le guerre si vincono e si perdono insiemi, come le elezioni seppur in tandem con altri.

Verso la fine dell’articolo Signore si lascia sfuggire un messaggio forse inconscio o forse voluto che però dovrebbe far pensare Salvini e Di Maio: dopo aver spiegato che vi è comunque il rischio che il nuovo governo (diamo per scontato che nasca) … “ nasca più commissariato che mai (dal Quirinale e dall’UE con qualche grand commis in ruoli chiave …“, ecc. E quindi l’antitesi di tutto ciò che rappresenta Salvini, “…. a meno che il leader della Lega non abbia deciso di spostare il suo orizzonte su un asse permanente con il M5S destinato a ribaltare lo scenario della politica italiana”). Ecco in queste ultime, precise parole potrebbe nascondersi un incoraggiamento a Salvini di andare fino in fondo e spaccare gli assetti attuali mandando in pensione la Prima Repubblica e ciò che è sopravvissuto alla Seconda per portare il Paese ad una futura assemblea costituente che sappia riscrivere, magari in chiave federale, la musica di una Repubblica stonata perché incagliata sugli scogli dell’odio di classe e di una assurda guerra civile incruenta, di bassa intensità che non vuole passare.

L’articolo di Minzolini segue cercando di raccontarci ciò che non va del M5S come se fossimo degli stranieri. M5S è un movimento di giovani nato da un idea di Casalegno, Grillo et C., ma che ormai vola con le proprie ali. Come la Lega a suo tempo è un movimento grass roots e quindi popolare nel vero senso democratico del termine. Nella vita nessuno da delle garanzie, sopra tutto in uno Stato a forte vocazione sociale. Eppure, dopo aver criticato la vera posta in gioco, quella del  c.d. potere che Minzolini identifica nelle centinaia di poltrone che tra non molto dovranno essere rinnovate, come se la politica fosse altro. Quindi ci ricorda che Salvini e Di Maio hanno la fregola di accaparrarsi i vertici in scadenza di … udite, udite:

“…. Simest, Sace, Invimit, Sogei, Consip ed ancora le authority dell’Antitrust, a quella sulla regolazione dell’Energia … il Capo della Polizia, il ragioniere dello Stato, i vertici dei servizi segreti ed il prossimo anno i vertici delle società partecipate e controllate dal Tesoro come:

  • Enel, Eni, Snam, Leonardo, Enav, MPS, Fincantieri, Terna, Saipem e Italgas;

Il mare di nomine di cui sopra è secondo Minzolini il modo con cui, “…Salvini tenterà di mantenere il controllo del centro-destra e Di Maio di radicare la sua leadership su M5S con ciò insinuando che non si fa così. E allora vi chiedo di rileggere bene quanto sopra e di chiedervi cosa di diverso avrebbero fatto gli altri del centro-destra e/o del PD, compreso gli spezzoni che seguono leader dimezzati dalla storia. Esattamente lo stesso, perché il governo è l’espressione del potere di uno Stato.

Ma involontariamente, Minzolini spiega bene anche perché Salvini e Di Maio devono “tener duri” ed andare avanti. Il motivo? La eccessiva concentrazione di interessi economici nelle mani dello Stato italiano deve cessare. Le dieci mega-multinazionali dello Stato italiano sono una vergogna. Sono troppe le decine di società parastatali, le municipalizzate, ecc. Tutto ciò spiega – in parte – perché in Italia c’è un solo Berlusconi e non dieci come le mega-multinazionali di cui sopra. Spiegano anche perché gli altri grossi imprenditori, tipo Della Valle e De Benedetti si contano sulle dite di una mano. E perché il resto della media e piccola imprenditoria sono sì migliaia ma troppo piccoli per fare la differenza. E perché uno Stato che fa concorrenza illecita alle imprese private non potrà mai attirare capitale d’investimento ed imprenditori disposti ad investire i loro miliardi in Italia per produrre.

Non conosco bene il programma di M5S e Lega, se non quello che si sa dai giornali, ma se c’è qualcosa che manca, almeno da quello che ho letto, è una legge che incoraggi la localizzazione in Italia di strutture produttive straniere, magari prendendo a modello gli incentivi in materia offerti da Stati stranieri più lungimiranti del nostro. Le possibilità sono infinite da una tax holiday a tempo determinato per chi investe un minimo di X Milioni di Euro in Italia, dando lavoro ad un numero minimo di lavoratori italiani, con tanto di residenza, permessi di soggiorno ed assistenza sanitaria per l’imprenditore e la sua famiglia. La creazione di Free Zones per il commercio c.d. off-shore, ecc.

Uno Stato che vuole occuparsi di tutto è pericoloso, poco democratico e disincentivante per il lavoro. Andrebbe ridimensionato. Siamo o non siamo una Repubblica fondata sul lavoro?