Il Governo (“populista”) del Cambiamento italiano sarà in grado di porre fine a l“apartheid politico” che divide gli Italiani dalla fine della Seconda Guerra Mondiale?

Chi conosce il mio blog sa cosa voglio dire quando affermo che se l’Italia vuole veramente risolvere i suoi problemi dovrà prima trovare il modo per superare l’“apartheid politico” che divide gli Italiani dalla Seconda Guerra Mondiale.

Il così detto Governo “populista” del Cambiamento non appare abbastanza forte per, né determinato a, far cessare l’apartheid. Tuttavia sembra muoversi nella giusta direzione. Dopo 70 anni di “parlamentarismo” puro, l’attuale governo italiano è il primo ad essere composto da soli due partiti. Dalla Seconda Guerra Mondiale gli Italiani si erano abituati ad avere governi di coalizione multi partitici che raramente duravano più di un anno ma che alternavano le stesse persone in dicasteri diversi; tutti quei governi, però, erano caratterizzati da una caccia alle streghe “antifasciste” al cui confronto il McCarthyism americano era poca cosa.

Con la fine della Seconda Guerra la “nuova” leadership italiana tentò di rimettere insieme i pezzi di un Paese che durante il conflitto si era spaccato in due: una Repubblica Sociale (a guida fascista) al Nord ed un Regno Sabaudo al Sud.

Il risultato fu la Costituzione del 1948, un prolisso testo farcito di principi di ispirazione occidentale e socialista che, in assenza di una magistratura dotata del potere di “fare leggi”, si propose di regolamentare minuziosamente le istituzioni politiche del Paese, vale a dire un Parlamento con due Camere (Senato e Camera dei Deputati), un Presidente rappresentativo che è Capo di Stato ma non di Governo. Tale Costituzione fa dell’Italia una Repubblica Parlamentare e Costituzionale a giurisdizione unica, il c.d. “Stato Unitario”.

In un Paese noto per la scarsa mobilità dei suoi abitanti fin da tempi antichi, dove si parlano lingue diverse anche se affini e dove i costumi, la cucina e la cultura cambiano più o meno ogni cinquanta chilometri, lo Stato Unitario si è dimostrato un handicap piuttosto che un punto di forza.

Il vero miracolo del periodo post bellico è che il Paese sia in grado di funzionare nonostante le sue istituzioni. Economicamente, tuttavia, gli Italiani hanno smesso di crescere alla fine degli anni ottanta quando cessò l’inflazione a due cifre.

Nemmeno un Professore di Economia come Romano Prodi, che dal 1994 al 2011 si è alternato con il magnate dei media Silvio Berlusconi a Capo del Governo, è stato in grado di far crescere il Paese ad un tasso superiore all’1,5% all’anno.

Grazie ad una tutela del lavoro eccessiva quanto inefficace, l’Italia è riuscita a conquistarsi il primato negativo di Paese meno favorevole al mondo dove venire a produrre e/o comunque a costituire aziende e ciò, senza per altro proteggere i lavoratori, se non sulla carta. Il risultato è che l’Italia da decenni non riceve che pocchissimi investimenti stranieri.

Ma gli Italiani li vogliono questi benedetti investimenti? A giudicare dalla scarsità di leggi incentivanti, sembrerebbe proprio di no. Perché? Il narratore Siciliano Giovanni Verga offre una plausibile spiegazione del fenomeno. In un’opera intitolata “La Roba”, Verga narra di un avido e insensibile contadino di nome Mazzarò che con astuzia e cupidigia arriva ad accumulare più terreni, “…del Re”. Approssimandosi alla morte inizia ad uccidere il suo bestiame al grido di “Roba mia, vientene con me”!

Gli imprenditori italiani non sembrano volere né soci né concorrenti stranieri. Alla Borsa di Milano si quotano meno società che a Madrid.

Le imprese italiane preferiscono rimanere piccole, a gestione familiare e fuori dalla Borsa per non correre il rischio di perderne il controllo o dover diventare trasparenti.

Quanto sopra in parte spiega perché il più grosso imprenditore e datore di lavoro in Italia rimane lo “Stato Unitario” con i suoi conglomerati e le sue multinazionali. Le poche multinazionali a capitale privato, come la Fiat, hanno già incominciato a trasferire le proprie sedi in luoghi più favorevoli; altre seguiranno l’esempio se non si fa presto qualcosa.

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