Il Mezzogiorno italiano: Una “Dixieland” Mediterranea?

Nella sua corsa all’unificazione della penisola italiana, il Piemonte prese la Germania a modello per le proprie forze armate, ma scartò una delle principali istituzioni dell’unificazione tedesca, il federalismo che avrebbe potuto risparmiare i singoli stati italiani. Invece, il Piemonte adottò lo stato unitario e la centralizzazione di ispirazione francese, condannando a morte le piccole unità di governo pre-risorgimentali del nord, nonché lo stato più grande della penisola, il Regno di Napoli.

C’è molto che accomuna il Mezzogiorno d’Italia alla sua controparte americana. Persino la lingua parlata al di sotto di quell’immaginaria linea “Mason-Dixon” italiana, che seguendo il tracciato del fiume Tronto separa le Marche dall’Abruzzo delimitando il Nord dal Sud, è parlata senza fretta con un accento tipicamente meridionale. Ebbene, l’evolversi della divisione “nord-sud” negli Stati Uniti dopo la guerra civile ed in Italia dopo l’Unità condividono destini straordinariamente simili e per molti degli stessi motivi.

Negli anni precedenti l’unità d’Italia, il Regno di Napoli era il più grande degli stati italiani che da solo costituiva una delle maggiori potenze europee, fregiandosi della marina mercantile più grande d’Europa e la terza marina militare del Continente. Se il Regno di Napoli poteva contare sulla protezione dell’Impero Austriaco sul Continente, nel Mediterraneo la stessa protezione le veniva garantita dai Britannici la cui Flotta si appoggiava a quella napoletana anche logisticamente, facendo di Napoli l’alleato principale della Gran Bretagna nell’Europa del Sud. Nonostante tutto ciò, i napoletani si sciolsero al vento davanti a quel piccolo esercito di volontari straccioni, comandati da Giuseppe Garibaldi, soldato di ventura e repubblicano, che combatteva per una Monarchia in cui non credeva affatto! Se, come sostengono alcuni, Napoli costituiva all’epoca uno degli Stati europei più prosperi e progrediti, come mai i napoletani non si sollevarono a difesa del loro Re e del loro Regno?

Nel 1859 il Regno di Napoli non era lo stato più prospero della penisola italiana. E’ vero che la schiavitù era ivi sconosciuta, ma è anche vero che era stato da poco messo la parola fine al feudalesimo ed alla servitù della gleba. Il Congresso di Vienna del 1815, restiutì il mezzogiorno alla Monarchia quasi assoluta dei Borboni. Dopo la Guerra di Crimea, Napoli perse la protezione dell’Impero Austriaco. Contemporaneamente, le crescenti simpatie Britanniche per Garibaldi e l’unificazione dell’Italia, indebolirono l’alleanza anglo-napoletana nel Mediterraneo. Col tempo il Re Borbone ed il suo Regno si trovarono progressivamente isolati. Ferdinando II morì alla fine del 1859 e suo figlio Francesco II salì al trono. Questi, 23enne, era troppo giovane ed inesperto per tener testa a personaggi come Cavour e Vittorio Emmanuele II. Di indole mite, il giovane Re, si trovò presto assillato da mille dubbi. Tentò di salvare la Corona concedendo una Costituzione ed alleandosi con i Piemontesi. Fu troppo poco, troppo tardi. Non più strategica, Napoli fu abbandonata da amici ed alleati. Qualcosa di simile sarebbe successo al Mezzogiorno americano dopo Gettysburg, quando gli interessi anglo-francesi per gli Stati Confederati d’America si raffreddarono.

Con Garibaldi alle porte di Napoli, il Re “Franceschiello”, commise l’errore di abbandare l’inespugnabile città di Napoli per il vecchio forte di Gaeta, non in grado di resistere ad un moderno cannoneggiamento navale. E’ lì che il Re si barricò con la sua corte e la sua guardia reale resistendo per tre lunghi mesi. Alla fine, terminate provviste e munizioni e senza speranza di rinforzi, Re e superstiti furono costretti alla resa. Incapace di chiamare a raccolta Marina ed Esercito e senza l’appoggio dei propri sudditi, il Re fu costretto alla fuga. Rifugiatosi prima a Roma, lasciò definitivamente la Penisola per riparare a Parigi nel 1870.

Ironicamente, gli unici italiani con un senso di appartenenza a qualcosa più grande della propria Città o provincia erano proprio i meridionali. Essi avevano vissuto per centinaia di anni insieme sotto un unico governo molto prima dell’Unità d’Italia. Mentre gli italiani del nord vissero la propria storia organizzati in unità territoriali più piccole entro i confini di quella sorta di “UE medievale” che fu il Sacro Impero Romano-Germanico (partendo dalle Città Stato e liberi comuni del medioevo per arrivare alle Signorie del Rinascimento), gli italiani del sud vissero uniti ma da soli oltre i confini di tale Impero, separati dai loro vicini al nord dallo Stato Pontificio.

Quando la Carolina del Sud decise, nel dicembre del 1860 di lasciare gli Stati Uniti d’America, il Mezzogiorno americano era prettamente agricolo. Dipendeva quasi esclusivamente dalla vendita di prodotti agricoli non commestibile ma di grande valore. Dal 1815 il cotone diventò l’export economicamente più remunerativo ed importante degli Stati Uniti. Dal 1840, il cotone da solo valeva più di tutti gli altri prodotti d’esportazione messi insieme. All’epoca gli stati americani del sud producevano più del sessanta percento di tutto il cotone al mondo. Anche se il mezzogiorno americano era prevalentemente agricolo, non era sprovvisto di industrie manifatturiere. Paragonati, però, agli stati settentrionali quelli meridionali avevano poche fabbriche, solo il 29 percento delle strade ferrate e non più del 13 percento delle banche. Nel 1860, mentre il Sud era ancora politicamente ed economicamente forte, lo stile di vita e la preminenza (politica ed economica) di cui  godeva il Sud dentro l’Unione era minacciato dalla crescente industrializzazione ed immigrazione al Nord.

Qualcosa di simile stava per succedere al mezzogiorno italiano. Nel 1860 esso pure era prevalentemente agricolo. Famosi erano i “latifondi” dei grandi “baroni terrieri”. Concentrati intorno alle grandi città di Palermo e Napoli, molti sopravvissero fino agli anni ’50. Come il mezzogiorno americano, pure quello italiano era legato al commercio di prodotti agricoli di grande valore, ma nell’Italia meridionale tali prodotti erano costituiti da alimenti base come grano ed agrumi: limoni ed arance in abbondanza e, naturalmente, olio d’oliva. Questi prodotti erano e sono particolarmente vulnerabili alle oscillazioni dei mercati mondiali, fattore che li rende particolarmente fragili dal punto di vista economico. Non solo, ma già allora il mezzogiorno italiano era funestato da enormi problemi ambientali di lunga durata: per incominciare la scarsità dell’acqua, l’erosione del suolo e il sovraffollamento. Prima e dopo l’unità le distanze sarebbero rimaste un ostacolo non indifferente per i napoletani. Ciò nonostante, l’agricoltura meridionale sarebbe sopravvisuta all’unità senza troppo soffrire, almeno fino alla depressione di fine ottocento.

Nel 1860, il mezzogiorno americano ed italiano erano entrambi aristocratici ed elitari. Tutte e due queste aristocrazie erano ben istruite. Nel Sud americano l’accento era sull’educazione militare. In quello italiano nonostante l’influenza della rivoluzione francese, l’educazione della popolazione avveniva su basi classiste. I soldati dell’esercito borbonico erano reclutati con il volontariato e con la coscrizione, salvo in Sicilia dove vigeva solo il volontariato. Una volta potente e temuto, l’esercito borbonico preunitario era ormai diventato l’ombra di se stesso. Demotivato e trascurato dal giovane Re nonostante alcune tardive riforme, era sprovvisto di buoni generali e contava su troppi ufficiali ormai in età di pensione. Le popolazioni dei due mezzogiorno, all’epoca erano numericamente simili: circa 9-10 milioni di abitanti per parte; ciascuno poteva contare su una classe media di circa 3 milioni, mentre il resto era composto da schiavi neri o da bianchi poveri nel Sud statunitense e da contadini da poco liberati dalla schiavitù feudale nel Regno di Napoli. Il Sud americano era una democrazia (per pochi bianchi) composta prevalentemente da protestanti di origine scozzese-irlandese, mentre il mezzogiorno italiano era un regno popolato da cattolici governati da un monarca assoluto di lontana origine straniera. L’epopea della guerra civile americana avrebbe creato la leggenda di un ricco e glorioso Sud che combatteva per il diritto all’autodeterminazione. Negli anni successivi all’unità d’Italia, l’annessione del mezzogiorno e la soppressione brutale dei “briganti” da parte dell’esercito piemontese, avrebbe dato corda alla leggende che vuole il Regno di Napoli uno stato moderno e Francesco un re modello.

Dopo l’Unità, il meridione ha non poco tribolato per trovar il suo posto all’interno del nuovo Regno allargato. L’entusiasmo iniziale nei confronti di Garibaldi, nonché negli ideali del Risorgimento, lasciarono ben presto l’amaro in bocca ai napoletani che dovettero constatare come l’essersi liberati da un Re Borbone reazionario non significava necessariamente un futuro nuovo e migliore per il Sud. Economicamente parlando, il reddito pro-capite ed i salari dell’Italia al nord come al sud erano più o meno uguali. Essi rimasero abbastanza simili anche nei decenni che seguirono l’Unità. Durante tutto questo lasso di tempo, la valle del Po non era affatto più industrializzata del Sud. E’ vero, però, che l’industrializzazione al nord avrebbe ben presto distanziato quella che si era avviata al sud, facendo aumentare sensibilmente redditi pro-capite e salari al nord dove pure l’istruzione era meno classista e più diffusa. Nel 1861, comunque, le condizioni di vita nelle due macro-aree d’Italia erano più o meno le stesse.

Sia nel mezzogiorno americano, sia in quello italiano, l’arretratezza industriale non era dovuta a particolari motivi economici. Al contrario in entrambe le aree c’era abbondanza di ricchezza. Nel Sud americano la ricchezza era principalmente legata ad una economia schiavista. Nel meridione italiano la ricchezza era fortemente concentrata nei latifondi dei baroni terrieri. Nel 1860 il valore economico degli schiavi dislocati nel vecchio sud americano superava quello di tutte le ferrovie, fabbriche e banche dell’Unione messe insieme. Allo stesso modo baroni terrieri e nobili nel mezzogiorno italiano avevano all’epoca investito pesantemente in agricultura e pesca, ma anche in diverse seppur nascenti industrie dalla cantieristica, alle fonderie, acciaierie e minerario (zolfo e sale). Se il mezzogiorno italiano non era sprovvisto di capacità industriale nel 1860, allo scoppio della guerra civile americana esistevano non meno di 10,000 fabbriche e quasi 16.000 kilometri di strade ferrate negli stati del mezzogiorno americano. Sulla penisola italiana, Napoli fu il primo stato Italiano a costruire una strada ferrata.

Negli Stati Uniti, la guerra civile fu evitata fin tanto che esisteva una qualche forma di equilibrio politico tra gli stati “liberi” del Nord e gli stati “schiavisti” del Sud. In Italia necessità simili sarebbero arrivate con l’unificazione ma all’epoca, la soluzione adottata fu una guerra-lampo seguita dall’annessione di Napoli al Regno d’Italia piuttosto che provare a confederare o federare i diversi stati della penisola insieme.

Nel mezzogiorno americano i Democratici meridionali sono sempre stati più conservatori di quelli settentrionali. Ironicamente, nel lontano 1859, gli allora neo-nati Repubblicani, rappresentavano la forza nuova del momento. Agli albori erano noti soprattutto per le loro posizioni abolizioniste, perché contrari alla schiavitù, ma anche perché Lincoln da lì a poco avrebbe favorito il dilatarsi del potere federale (“big government”), forse come antidoto alle teorie dei cc. dd. diritti degli stati (“states’ rights) che stavano alle radici della secessione e della guerra che ne scaturì. Oggi i ruoli si sono invertiti tanto che a partire da Ronald Reagan, i Repubblicani sono diventati i campioni di “small government” e “states’ rights”, cioè di tutti coloro che vogliono un ritorno ad un governo federale più piccolo e meno invasivo, più rispettoso delle prerogative dei singoli stati e dei diritti dei cittadini. Essi si oppongono alle politiche di “big government” dei Democrats, ivi compreso il piano sanitario nazionale del Presidente Obama. Dopo la guerra civile il mezzogiorno americano avrebbe a lungo sofferto una povertà sconosciuta in altre regioni degli Stati Uniti. Oggi queste aree votano sempre di più per i Repubblicani. In Italia, la “questione meridionale” è stata affrontata inizialmente con un po’ di “bastone” e successivamente con tanta “carota”. In una terra dove la gente sogna un posto di lavoro nel pubblico piuttosto che nel privato, la cura per il mezzogiorno italiano non poteva essere altro che massicci investimenti pubblici da parte dello stato e delle sue imprese.

La seconda guerra mondiale aveva lasciato milioni di italiani sfollati, senza casa o lavoro. Serviva una valvola di scarico ed essa fu trovata nell’emigrazione e nella ricostruzione post-bellica. L’industrializzazione accelerata che ne seguì fu possibile grazie anche alle abbondanti fonti di metano a basso costo che l’ENI trovò nelle viscere della Valpadana. Fu il boom, il famoso “miracolo italiano” che provocò una migrazione interna da sud verso nord di milioni di lavoratori verso città come Genova, Milano e Torino. In parte per compensare la perdita di popolazione, nonché per fornire posti di lavoro a quelli che restarono nel mezzogiorno, dal 1951 al 1992 l’equivalente in lire di circa 140 Miliardi di Euro furono investiti nel meridione da enti pubblici, senza risultati apprezzabili.

Dopo più di 50 anni di incessante spesa pubblica e nonostante sostanziali investimenti in infrastrutture, il meridione d’Italia occupa oggi più o meno la medesima posizione che aveva quando le agenzie governative nel secondo dopoguerra iniziarono a riversare Miliardi di Lire in tutta l’area. Oggi il PIL pro capite e la produttività nel Sud sono più o meno allo stesso livello del 1951. La depressione attuale ha solo peggiorato le cose. Il reddito pro capite al Sud è la metà di quello al Nord. Disoccupazione e lavoro nero al Sud sono il doppio di quello al Nord. Alcuni dati servono a meglio illustrare la drammaticità della situazione al Sud: il PIL italiano nel 2013 ha superato i $ 2 Trillioni di Dollari. Il 60% del PIL è prodotto dalle sole regioni del nord con il 46% della popolazione. Ma il dato è fuorviante perché esso esclude il PIL prodotto dalla popolazione dell’Italia centrale, che nel frattempo hanno raggiunto gli standards “settentrionali”. Se uno volesse prendere in considerazione solo il PIL  prodotto dalle regioni del defunto Regno di Napoli, ebbene il PIL del Sud scenderebbe a solo il 25% del totale con circa il 33% della popolazione.

I dati di cui sopra sono incredibilmente simili a dati analoghi relativi al mezzogiorno americano, dove con solo il 37.4% della popolazione globale, i Repubblicani del sud riescano ad esercitare un potere di controllo significativo sulle attività politiche del governo federale. Anche in Italia, simili meccanismi permettono ai Dems post-communisti di esercitare un controllo significativo sulle attività politiche del governo centrale nonostante una popolazione inferiore ed un PIL bassissimo.

Tradizionalmente radicati nel votare contro i “damned yankees!” del Nord e, quindi, incrollabili nella loro fede politica, i “southern Democrats” americani ora votano “Republican” sempre di più. Cosa analoga sembra succedere da qualche tempo anche nel mezzogiorno italiano. Da bacino di voti democristiani, i meridionali oggi votano sempre di più per i post-communisti del Partito Democratico.

Nell’Italia contemporanea, le regioni del nord si lamentano che la maggior parte delle tasse versate al governo centrale di Roma sono trasferite alle regioni del meridione. Similmente, oggi negli USA i dollari raccolti con l’imposizione fiscale al nord continuano ad essere trasferiti dal governo federale agli stati del sud. In entrambi i Paesi, i settentrionali appaiono averla presa “in quel posto”, mentre i loro rispettivi governi continuano a riversare risorse preziose in quei buchi senza fine dei loro insaziabili mezzogiorno.

Dagli anni ’60 in poi il Sud ed il Sudovest dell’America hanno conosciuto migrazioni interne simili a quelle avute in Italia nei decenni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Ma mentre in Italia il flusso era da sud a nord, in America era da nord a sud. In America, gli stati del nord incominciarono a perdere industrie, popolazione e rappresentanza in seno al Congresso mano a mano che sempre più settentrionali si trasferivano armi e baggagli negli stati cc.dd. del “sun belt”, attratti, tra l’altro, dal clima mite e da costi energetici inferiori e salari liberi da vincoli sindacali, leggi fiscali competitive e politiche incentivanti per imprese e persone fisiche. Il Sudovest pure ne beneficiò per la vicinanza dei mercati del c.d. Pacific Rim. L’insediamento crescente di imprese nazionali e straniere nel “sun belt” vide la migrazione interna di milioni di colletti bianchi e colletti blu, nonché pensionati dal Nord al Sud facendo crescere città come Charlotte, Atlanta, Jacksonville, Miami, Houston, Dallas-Fort Worth, Phoenix e San Diego, attratti dal clima mite, da tasse basse e condizioni di vita a buon mercato. Nulla di tutto ciò è possibile in Italia dove la cultura locale, lo stato unitario e la singola giurisdizione con le sue leggi uniformi e le sue rigide istituzioni cospirano per rendere simili soluzioni impensabili ancor’prima che impossibili.

Ma l’economia non era l’unico problema sollevato dall’unificazione italiana. La carenza cronica di posti di lavoro al Sud spinse un numero crescente di giovani uomini e donne a continuare gli studi il più a lungo possibile. Il risultato è che il mezzogiorno produce una percentuale più alta di laureati, ivi compreso più statali (e politici) rispetto al Nord. Posti di lavoro statali in passato attiravano poco i settentrionali perché guadagnavano di più nel privato, ma hanno sempre attratto i meridionali perché c’era poc’altro e perché una volta assunti, il posto era per sempre. Un altro motivo per la popolarità al Sud dei posti di lavoro nello stato è che in una giurisdizione unica come l’Italia, un posto nel pubblico impiego significa vincere un biglietto di andata e ritorno automatico o quasi. Dopo un certo periodo, un dipendente pubblico può chiedere di essere trasferito vicino a casa. Il risvolto negativo di tutto ciò è che gli uffici pubblici al Nord sono quasi sempre sotto organico rispetto a quelli del Sud dove succede l’esatto contrario.

Lo stato unitario con la sua singola giurisdizione significa anche che i partiti politici possono candidare chi vogliono dove vogliono. L’assenza di criteri di residenza ai fini di candidature politiche, significa che politici di una regione possono facilmente candidarsi e farsi eleggere in regioni dove non hanno nessun collegamento. Le leggi elettorali sono tali che l’unica vera professionalità richiesta ad un politico è quello di saper accattivarsi le simpatie di qualche potente boss politico. Questa prassi non solo lavora contro gli interessi del nord, ma è indubbiamente una conseguenza negativa dello stato unitario e delle organizzazioni e leadership verticali che esso esprime.

In una terra dove la mobilità interna è poco significativa e dove le divisioni nord-sud si sono stratificate nelle due culture (continentale e mediterranea) che caratterizzano il Paese, il Sud (ed il Nord) sono condannati a vivere e rivivere le loro attuali divisioni, fino a quando non si riesca in qualche modo a superare lo stato unitario.

Fatto il 2 novembre 2015

da pparak