Il sistema giudiziale italiano: un anomalia a se stante!

 

Il sistema giudiziale italiano è da lungo tempo uno dei più disfunzionali dell’UE, specialmente quando si tratta di indagare persone sospettate di aver commesso reati di stampo mafioso o anche da “colletti bianchi”.

Secondo numerosi pubblici ministeri (PM) è quasi impossibile arrivare ad una sentenza definitiva per un gran numero di reati finanziari entro i termini di prescrizione previsti che raramente superano gli otto anni. E ciò perché i tempi processuali in Italia sono troppo lunghi. Caso unico nel panorama europeo, anche se paragonato agli altri sistemi di diritto civile, la prescrizione in Italia ha inizio, non dal momento in cui un reato è stato effettivamente commesso o scoperto, ma dal momento in cui lo si presume sia stato commesso. In nessun altro sistema o Paese troviamo entrambe le regole.

Nel 1988 il processo penale è stato sottoposto ad una riforma estesa modellata su quanto avviene nei sistemi di common law allo scopo di svecchiare il sistema inquisitorio previgente. Infatti, prima della riforma, il processo penale italiano affondava le sue radici in un processo pesantemente sbilanciato a favore dello stato con le sue risorse economiche virtualmente illimitate (se paragonate a quelle di un normale imputato), monopolio assoluto della sicurezza pubblica, compreso polizie, procure, giudici e corti. Ciò che ci si propose di fare con la riforma era di rendere il sistema penale italiano più accusatorio e meno inquisitorio tra le parti di un processo che anche in Italia diventarono come nel processo penale di common law: il pubblico ministero, l’imputato o accusato ed il giudice. Oggi, tale parti sono poste sullo stesso piano, almeno in teoria, con uguale diritto d’accesso alle prove raccolte dall’accusa.

Nonostante la riforma del 1988, l’Italia rimane distante anni luce sia dal common law trial che dai moderni processi penali delle altre giurisdizioni civiliste dell’UE! Nonostante il famoso comico italiano Roberto Benigni ritenga la Costituzione italiana, la “… più bella del Mondo”, il concetto di un processo veloce è del tutto sconosciuto. E’ vero che la Costituzione italiana dice che i processi debbono avere una “ragionevole durata” (art.111), ma in un Paese dove la giurisprudenza non ha la stessa forza, autorità o scopo che essa ha nei sistemi di common law e dove il principio dello stare decisis praticamente non esiste, dove quindi i “precedenti” non hanno la stessa valenza che hanno nelle giurisdizioni di common law, la “ragionevole durata” (di un processo) può voler dire tutto o niente. Così anche per altri istituti pur conosciuti dal diritto italiano ma definiti o in modo diverso ovvero applicati in modo “relativo” anziché “sostanziale”, come p. es., l’habeas corpus, il ne bis in idem e ciò che in Italia passano per perquisizioni e sequestri perfettamente legali perché operati da forze dell’ordine in uniforme, anche senza giusta suspicione, ma d’autorità o per semplice routine.

Ciò che invece esiste in Italia come in altri sistemi di diritto civile e nelle giurisdizioni di common law è la c.d. “prescrizione” (dei reati). Nonostante termini generosi specialmente nel caso dei reati più gravi detti “delitti” (ovvero, felonies), la lentezza del sistema giudiziale italiano finisce per favorire imputati di delitti complessi come quelli di stampo mafioso o crimini finanziari commessi dai cc.dd. “colletti bianchi”. Questi crimini raramente impiegano meno di otto anni a giudicare. Qui bisogna ricordarsi che in Italia un giudizio non diventa definitivo fino a quando non si sono esauriti tutti e tre i gradi di giurisdizione costituzionalmente previsti. Avendo, però, costituzionalizzato tali diritti significa averli resi praticamente automatici al punto che in Italia il “processo” oggi comprende oltre a quello c.d. di primo grado (o istanza) anche il primo e secondo appello alla Corte più alta! Ciò spiega perché una causa civile può durare una vita. E’ vero che il processo penale è più veloci ma dieci anni e più non sono rari nei casi di delitti complicati. E’ per tale ragione che il Governo del Cambiamento intende congelare (o sospendere) la prescrizione alla fine del processo di prima istanza, una volta emesso il relativo giudizio.

Nelle giurisdizioni di common law il primo grado è spesso anche l’unico grado di giurisdizione. Là, una volta che la corte entra in udienza rimane in udienza fino alla sentenza definitiva la quale diventa immediatamente eseguibile. Nel processo penale, l’imputato dichiarato colpevole inizia a scontare subito la sua pena in quanto reo. Però, se dichiarato innocente, l’imputato viene immediatamente  rilasciato e tale fatto (determinato dal verdetto di una giuria di dodici pari) diventa impossibile rovesciare o modificare. Inoltre, in quest’ultimo caso la proibizione del ne bis in idem rende l’innocente immune da ogni ulteriore accusa o procedimento che dovesse essere intentato contro di lui per lo stesso reato.

Conseguentemente, un imputato dichiarato colpevole inizia subito a scontare la sua pena e se ne ha diritto, potrà appellarsi. L’imputato è l’unico che può impugnare un verdetto di colpevolezza. I pubblici ministeri ne sono inibiti perché in quanto avvocati dello stato si ritiene non abbia(no) più interesse a perseguire un imputato già dichiarato colpevole e perché inibiti dal ne bis in idem, là definito ed applicato in modo sostanziale. Ricordatevi che nel sistema penale italiano il ne bis in idem (di origine Romana) non è né definito, né applicato in modo sostanziale ma in modo relativo che alla fine vuol dire, come conviene di più allo stato. Ciò spiega il senso di minore imparzialità ed equilibrio che il sistema italiano infonde nei giuristi di common law.

Ma c’è chi vorrebbe confondere l’idee del Governo del Cambiamento. Essi sanno o dovrebbero sapere che anche le giurisdizioni di common law esistono tre (possibili) gradi di giurisdizione (il processo, l’appello ed un possibile secondo appello alla più alta corte equivalente all’italiana Corte di Cassazione). La differenza sta nel fatto che nelle giurisdizioni di common law il processo di primo grado è spesso quello definitivo, un fulmine paragonato agli standards italiani. Il Governo del Cambiamento pare intento a completare la riforma del processo penale italiano iniziato nel 1988. Ma in che modo?

Ebbene, ciò potrebbe richiedere una modifica della Costituzione e di alcune definizioni di diritto sostanziale e processuale. La chiave che sta alla base dell’intera matassa è ridefinire quando la prescrizione incomincia a correre. Non più dal momento in cui un crimine si presume commesso, ma dal momento in cui la commissione di tale crimine è effettivamente scoperto, per esempio, a mezzo di un atto ufficiale di accusa, indagine o processo come avviene in Francia. Altro problema da risolvere quindi è il fatto che in Italia la prescrizione non viene sospesa quando un sospettato viene posto sotto indagine, in stato di accusa o processo.

Come può l’Italia porre rimedio a quanto sopra? Intanto, ogni sforzo dovrebbe concentrarsi sul processo di prima istanza o grado facendo in modo che l’accertamento dei fatti quanto meno circa la colpevolezza o innocenza dell’imputato diventi definitiva, ovvero impossibile da rovesciare o modificare in ogni successiva fase o grado del giudizio. L’appello dovrebbe quindi occuparsi unicamente di eventuali errori e la ridiscussione nel merito dovrebbe essere inammissibile. Se lo scopo deve essere quello di accelerare i tempi della giustizia italiana senza rinunciare alla precisione o esattezza il giudice del processo di primo grado dovrà rimanere in udienza per tutto il tempo (per ogni giorno, settimana e mese) che occorrerà per arrivare alla sentenza definitiva. Ciò richiederà uno stravolgimento delle procedure attuali e soprattutto della logistica. Infatti, uno delle tante differenze che distingue le procedure italiane dalle procedure analoghe degli altri sistemi civilisti è l’eccessiva frammentazione. Se possiamo definire un processo diritto civile come una serie di udienze frammentate ed un processo (trial) di common law un udienza unica continuata ed ininterrotta, i giudici italiani sono anche capaci di fissare udienze a un anno di distanza l’una dall’altra rendendo il processo italiano il più frammentato di tutti! E’ evidente che le udienze annuali rendono più difficile raccolta e produzione di prove documentali, per non parlare della difficoltà degli eventuali testi a ricordare fatti ed eventi avvenuti anche molti anni fa. Altro problema ancora è il fatto che i giudici italiani sono spesso soggetti ad avvicendamenti frequenti con il risultato che raramente sono in grado di acquisire una completa padronanza di casi complicati.

I cambiamenti di cui sopra aiuterebbero a sveltire il sistema italiano e renderlo migliore per i cittadini onesti che non hanno le risorse economiche necessarie per continuare a combattere l’impari lotta contro lo stato o contro un debitore incallito che propio non ne vuole sapere di pagare quanto dovuto al suo creditore. Già oggi i tempi di un processo medio italiano sono esasperatamente lunghi per il creditore e/o per quei cittadini onesti rimasti imbrigliati nel labirinto di un processo penale italiano.

Se uno o più cambiamenti come quelli sopra elencati potessero essere introdotti nello schizofrenico sistema processuale italiano, il Paese diventerebbe più comprensibile per le altre giurisdizioni di diritto civile e di common law. Forse allora l’Italia troverebbe meno difficile farsi estradare eventuali delinquenti riparati all’estero ed i tanti amici dell’Italia in giro per il Mondo potrebbero tornare ad investire in questo meraviglioso Paese, aiutando il Governo del Cambiamento ad aumentare il PIL italiano in modo da rendere il debito nazionale di nuovo gestibile!

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