Il sistema giudiziale italiano: un’anomalia anche tra le giurisdizioni appartenenti alla stessa famiglia giuridica

Il sistema giudiziale italiano è da molti anni uno dei meno funzionali d’Europa, specialmente quando si intende processare imputati per reati gravi o gravissimi.

I PM italiani sostengono che sia pressoché impossibile arrivare ad una sentenza definitiva per una serie di reati finanziari multipli presumibilmente commessi da un determinato reo sospetto entro i termini di prescrizione nostrani. E ciò è dovuto al fatto che in Italia arrivare a sentenza nel caso di reati gravi o gravissimi richiede spesso più tempo dei pur generosi termini di prescrizione italiani.

La prescrizione dei reati in Italia scatta non dal momento in cui la sua commissione è stata scoperta come succede in altre giurisdizioni, ma dal momento in cui si presume che un reato sia stato commesso. Inoltre, la prescrizione non si interrompe nel momento in cui il reo sospetto o imputato è sottoposto ad indagine, rinviato a giudizio o giudicato. In nessun altro Paese “civilista” o di common-law esistono entrambe le regole contemporaneamente.

Ebbene con la riforma del processo penale del 1988 sono stati fatti degli innesti presi dai sistemi di common-law per rendere il nostro processo più “adversarial”, ovvero più “accusatorio” rispetto all’impostazione inquisitoria originale del processo penale italiano previgente, ritenuto troppo sbilanciato a favore dello Stato (che ha risorse economiche pressoché infinite rispetto a qualsiasi singolo imputato, nonché il monopolio della forza pubblica, della pubblica accusa e della magistratura giudicante). Ciò che si è cercato di fare è stato ampliare il contraddittorio tra le parti (accusa, imputato o difesa e giudice) che teoricamente dovrebbero ora essere state poste tutte sul medesimo piano.

Ciononostante, rimaniamo distanti anni luce sia dai processi di diritto civile, sia da quelli di common-law. Intanto, perché in Italia un processo civile o penale che sia, può durare molti anni. Nonostante la Costituzione, “più bella del mondo” non esiste il concetto di un processo rapido, ma di una sua “ragionevole durata” (art. 111 Cost.). Ciò detto, esiste la prescrizione che, però, spesso lavora a favore di mafiosi o soggetti sospettati di reati finanziari (i cc.dd. “colletti-bianchi”) che spesso si trovano beneficiati e rilasciati per decorrenza dei termini causa la lentezza dei processi. E’ per questo forse che il governo intende “bloccare” la prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Occorre, però, ricordarsi che la prescrizione riguarda i reati, non i processi.

Nelle giurisdizioni di common-law, il processo di primo grado si chiama “trial”. Una volta che la Corte da inizio al procedimento essa rimane “in udienza” fino alla sentenza definitiva che, da quel momento, diventa “dispositive”, ovvero immediatamente esecutiva, acquisendo di fatto la caratteristica di res judicata termine conosciuto ed usato con il medesimo nostro significato anche in quelle giurisdizioni. Per effetto di ciò, il condannato incomincia a scontare la sua pena o viene scarcerato perché dichiarato innocente e tali fatti (accertati nel “verdetto” emesso, però, non dalla Corte ma da una giuria popolare) non sono più modificabili, salvo in rarissime circostanze. In caso di colpevolezza, il condannato, purché ne esistano i presupposti, potrà appellarsi dal carcere, mentre sconta la sua pena. E’ l’unico che può appellarsi perché dopo una condanna definitiva (ed a maggior ragione dopo un’assoluzione) in quelle giurisdizioni il pubblico ministero è ritenuto non averne più interesse. Cioè, il PM non può impugnare una sentenza di primo grado per chiedere, p.es., l’aumento di pena, che in quelle giurisdizioni costituirebbe una violazione del ne bis in idem, perché declinato in modo sostanziale e non “relativo” come si fa da noi.

Coloro che cercheranno di confondervi le idee, sanno o dovrebbero sapere che pure nelle giurisdizioni di common-law, esistano tre (possibili) gradi di giurisdizione (trial, appeal ed un terzo grado equivalente alla nostra Cassazione. La differenza è che là il trial o processo di primo grado normalmente è definitivo e tutto ciò avviene in tempi rapidissimi rispetto al “processo” italiano. E’ possibile che il Governo voglia completare, almeno per il processo penale, la riforma iniziata nel 1988. Come? Intanto cambiando le regole della prescrizione: attualmente, in Italia la prescrizione scatta dal momento in cui si presume un reato sia stato commesso e non, come succede altrove, dal momento in cui la sua commissione sia stata scoperta od accertata, p.es., da un primo atto giudiziario di accusa o rinvio a giudizio come avviene in Francia. Inoltre, in Italia la prescrizione non si interrompe nel momento in cui il reo sospetto o imputato è sottoposto ad indagine, rinviato a giudizio o giudicato. In nessun altro Paese “civilista” o di common-law esistono entrambe le regole contemporaneamente.

Come rimediare? Concentrando tutti gli sforzi nel primo grado di giudizio con sentenza che faccia stato in ogni eventuale grado successivo, almeno per quanta riguarda il fatto dell’innocenza o colpevolezza dell’imputato. Quindi, fermo restando tali fatti, l’appello non dovrà più occuparsi del merito, ma soltanto di eventuali errori. Per arrivare ad un processo più veloce, i giudici di primo grado dovranno rimanere in udienza proprio come nel processo accusatorio di common-law sopra descritto e cioè, fino a sentenza. Secondo e terzo grado dovranno essere dedicati alla correzione di eventuali errori commessi nel trial o “processo” di primo grado.

Quanto sopra aiuterebbe a rendere il nostro sistema meno brutto per i cittadini onesti che non hanno le risorse economiche per continuare la lotta (impari) con lo stato fino al terzo grado, soprattutto in materia penale, dove si rimane sotto schiaffo per troppo tempo già adesso. Diventeremmo, così, un sistema più comprensibile per le altre giurisdizioni civiliste e di common-law. E, così, forse i nostri amici all’estero tornerebbero a fare degli investimenti produttivi in Italia, aiutando il Governo del Cambiamento ad aumentarne il PIL e di conseguenza a rendere più gestibili l’astronomico debito pubblico italiano!