La Difesa Legittima nello Stato di New York

Nello Stato di New York la difesa legittima è legalmente chiamata anche “giustificazione”. Infatti, quando qualcuno invoca una tale difesa, non dice di non aver commesso il fatto, ma piuttosto che ne è stato giustificato dalle circostanze. Anche se lo Stato di New York è uno dei più severi nel riconoscere tali cause di “giustificazione”, ad un Italiano, New York sembrerebbe estremamente generoso nel suo trattamento di vittime costrette a difendersi da topi d’appartamento, rapinatori o aggressori in generale, sparando e a volte uccidendo delinquenti che si sono introdotti con la forza nelle loro case o nelle loro proprietà con l’intento di commettere dei crimini.

A New York per giustificare l’uso di forza letale una persona deve credere che una simile forza letale stia per essere usata contro di lui e tale convinzione deve ritenersi obiettivamente ragionevole. Non si può usare una forza letale se ci si può ritirare in un luogo sicuro, quindi a New York non è possibile reclamare regole più severe per tutelare chi viene aggredito. Se qualcuno viene aggredito con un coltello mentre è in auto, in base alle regole di “auto-difesa” newyorkesi, non può scendere dall’auto ed uccidere il suo aggressore, quando potrebbe altrettanto facilmente ed in tutta sicurezza abbandonare il luogo in auto, perché in tal caso, sarebbe passibile di omicidio. Però, il dovere di ritirarsi e/o di fuggire cessa quando una persona si trova nella propria casa. Tale situazione rientra nella c.d. “dottrina del castello” che si ricollega all’idea che la casa è il proprio castello e luogo di ultimo rifugio, da cui nessuno può essere cacciato, tanto meno chi voglia difendere se stesso e la propria abitazione, senza essere obbligato a scappare come un codardo.

Ciò che distinguono le leggi di difesa in USA da quelle in Italia non vanno tanto ricercate nelle regole sostanziali quanto in quelle procedurali, comprese l’interpretazione ed applicazione di tali regole da parte delle corti.

In tutti i sistemi legali, compreso il nostro, la legittima difesa è una difesa “affermativa”. Colui che invoca tale causa di “giustificazione” che rende lecito ciò che diversamente sarebbe illecito non nega di aver commesso il fatto ma che tale fatto è giustificato o “scriminato” dalle circostanze.

Generalmente negli States per invocare una tale difesa, l’imputato deve presentare una difesa dettagliata e produrre delle prove convincenti. A differenza della pubblica accusa, però, l’onere della prova a cui è tenuto l’imputato è più basso. Mentre la pubblica accusa deve provare la colpevolezza dell’imputato oltre ogni ragionevole dubbio, l’imputato è tenuto a degli standard più bassi. Per esempio nello Stato di New York, perché un imputato abbia successo e la sua azione possa essere “giustificata”, almeno il 50% delle prove portate in dibattimento dalla difesa devono essere accettate dalla corte.

In Italia, se le regole sostanziali sono simili a quelle di New York, le regole di procedura differiscono molto da quelle newyorkesi elencate sopra e ciò, nonostante l’Italia abbia adottato diverse regole di tipo accusatorio prese in prestito dalla common law con la riforma del Codice di Procedura Penale del 1988.

Probabilmente le differenze più significative tra il processo di common law e quello italiano, pur con gli innesti di tipo accusatorio, riguardano le regole di raccolta e formazione delle prove e l’onere della prova. Le regole di raccolta e formazione delle prove sono da noi strettamente interpretate e rigorosamente applicate in modo uguale sia per la pubblica accusa, sia per la difesa. In Italia non esiste l’oscillazione dell’onere della prova nel corso del processo penale come conosciuto e praticato nelle giurisdizioni di common law. E così, in base alle regole del processo accusatorio all’italiana, l’imputato non è tenuto a degli standard più bassi ma agli stessi standard della pubblica accusa. Perché? Probabilmente per un mal-riposto senso di “uguaglianza” dai tempi del processo inquisitorio (e da quanto previsto dalla Costituzione italiana): affinché un processo possa dirsi “equo e bilanciato” secondo la legge, entrambe le parti processuali devono essere tenute alle stesse regole di stretta e rigorosa interpretazione ed applicazione, secondo la massima, ciò che vale per l’uno vale anche per l’altro. Ed è pertanto così che in Italia l’imputato è messo sullo stesso piano della pubblica accusa che, però, è un giudice scelto tra altri colleghi. Dato il sistema di appelli multipli, dove il primo non vieta una ridiscussione nel merito (naturalmente da parte di entrambe le nostre parti “uguali”), prima che una sentenza possa dirsi definitiva (o res giudicata) possono passare anni. Ciò aiuta a capire perché i processi italiani possono durare un’eternità.