La faticosa affermazione del “ne bis in idem”

Si è parlato molto del Ddl approvato dal Senato il 12 gennaio 2006 che rende inappellabile per i PM (e le parti civili) le sentenze penali di proscioglimento o di assoluzione in primo grado, come anche nei casi di condanna alla sola pena dell’ammenda. Nel dibattito generale che ne è scaturito, sulla stampa e sui telegiornali, nelle interviste dei pochi pro e dei molti contro, si è sentito di tutto ed il contrario di tutto. Qualcuno ha persino sollevato dubbi sulla sua costituzionalità. Nessuno però, almeno per quanto mi risulti, che abbia speso parola per spiegare agli italiani il perché di un’anomalia tutta italiana che consente allo Stato tramite i suoi “pubblici accusatori” di violare, nella sostanza se non nella forma, il principio del ne bis in idem, attraverso una definizione dilatata di quando una sentenza (penale ma anche civile) possa definitivamente considerarsi res judicata.

Ne bis in idem è una locuzione latina che significa, “Non (si giudichi) due volte sullo stesso”. Il principio, tradotto in termini giuridici, rileva sia nei processi civili, sia in quelli penali, evitando che in sede civile si giudichi due volte sullo stesso argomento (art. 2909 c.c.), e che in sede penale si giudichi due volte sullo stesso fatto (art. 649 c.p.p.).

Il principio di cui sopra, è recepito anche dal nostro sistema giuridico. Esso costituisce un diritto fondamentale, universalmente accolto dalle maggiori democrazie, a prescindere dal sistema giuridico d’appartenenza ed è sancito in numerose convenzioni internazionali, fra cui quella delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici (art. 14, 7), nonché quella sui diritti fondamentali dell’UE (2000) art. 50.

Nei Paesi di common law, il principio del ne bis in idem è riferito con terminologia inglese alla prohibition of double jeopardy e cioè al divieto di promuovere l’azione penale più di una volta contro la medesima persona per lo stesso reato. La terminologia inglese rende molto bene l’idea che sottende al principio che è, poi, quella di impedire che un cittadino possa essere costretto dallo Stato a mettere a rischio la propria libertà personale più di una volta per il medesimo fatto.

In generale, negli ordinamenti di common law, vi è un’applicazione stretta e rigorosa del principio del ne bis in idem, tale da impedire allo Stato di perseguire un suo cittadino più di una volta per lo stesso reato. Ne consegue, in tali ordinamenti, che una sentenza di assoluzione o di condanna non può essere impugnata dall’accusa. Negli ordinamenti americani, si ritiene generalmente che i PM, meglio noti come Avvocati Distrettuali (delle Procure), non hanno più interesse (a procedere) dopo una sentenza di primo grado.

Gli americani hanno addirittura costituzionalizzato il loro principio di prohibition of double jeopardy nel V emendamento della loro costituzione.

Nel nostro sistema giuridico, il principio del ne bis in idem, costituisce l’effetto tipico della res judicata; è riconosciuto ed applicato dall’ordinamento processuale penale in modo tale che un imputato, prosciolto, assolto o condannato, non può sì essere giudicato per il medesimo fatto (neppure se questo è diversamente considerato per titolo, per grado o per altre circostanze), ma questo soltanto dopo che la sentenza è passata in giudicato. Qui sta il vero bandolo della matassa. Quand’è che una sentenza può dirsi res judicata?

Da noi, a differenza che nei Paesi di common law, la sentenza diventa cosa giudicata solo allo scadere di tutti i vari mezzi d’impugnazione (vale a dire, fino al terzo grado se ne esistono i presupposti) mentre la sentenza inglese o americana, acquista l’effetto della cosa giudicata appena emessa dal giudice di merito.

E’ per i motivi di cui sopra che da noi è possibile essere prosciolti o assolti in primo grado per poi trovarsi condannati (come Andreotti) in secondo grado. Cosa, inconcepibile per i sistemi di common law, e quanto meno curiosa per un sistema tutto informato al principio del favor rei. E’ da notare, poi, che nei Paesi di common law, una sentenza può soltanto essere di condanna o di assoluzione: uno o è colpevole, o è innocente, tertium non datur (e francamente non si capisce perché da noi debba sopravvivere la formula dubitativa del proscioglimento), sopra tutto dopo la riforma in senso accusatorio del processo penale.

Con il Ddl in oggetto, quindi, il legislatore ha inteso porre rimedio ad una situazione che, di fatto, vede eccessivamente compressi i diritti di difesa del cittadino in sede penale a tutto vantaggio dello Stato. Ma se motivi di opportunità anche costituzionale possono aver indotto il legislatore a non estendere (per ora) il divieto di ricorrere in appello in tutti i casi di condanna dell’imputato, è chiaro che un’applicazione più rigorosa del ne bis in idem, non può non aprire le porte alla sua piena e naturale estensione. Dopo una sentenza penale di condanna pronunciata da una corte dello Stato non può e non deve essere riconosciuto ai “pubblici accusatori” dello stesso alcun interesse a perseguire ulteriormente il condannato, qualunque sia la pena comminata. Anzi, allo Stato deve essere precluso, tout court, ogni altra azione penale, proprio in forza del ne bis in idem. Unico legittimato a proporre appello in caso di condanna deve essere soltanto il condannato.

L’eventuale approvazione della legge nella sua attuale versione, per le conseguenze anche implicite che ne discendono, non potrà non avere delle ripercussioni sull’intero sistema giuridico, ed è per questo che, fra gli addetti ai lavori, molti non ne sono entusiasti. Che si tratti, però, di una legge che va nella direzione giusta e che afferma un principio di garanzia irrinunciabile, dovrebbe essere chiaro a tutti.

Da uno scritto inedito del febbraio 2006,

by pparak