La Legittima Difesa in Oaklahoma

Ecco di seguito ciò che può capitare a un rapinatore in Oklahoma, uno degli stati più severi tra i trenta-tre che hanno adottato regole “stand your ground” (a tolleranza zero) a difesa dei cittadini:

Un giovanotto lasciato solo in casa dai genitori in una zona residenziale di Tulsa, Oaklahoma di recente spara ed uccide tre rapinatori armati colti in flagranza sulla sua proprietà. Uno dei delinquenti aveva perfino desistito dopo i primi spari e stava scappando verso l’auto dove un complice l’aspettava con il motore acceso. Il giovane aggredito, armato con un fucile a pompa del padre, lo raggiunge e lo uccide prima che possa fuggire. All’arrivo della polizia il giovanotto non viene accusato di omicidio, né arrestato perché aveva sparato legittimamente in difesa della propria persona e dei propri beni.

Una cosa del genere non potrebbe mai accadere a New York e men che meno in Italia!

I rapinatori di Tulsa comunque erano in quattro compreso una donna alla guida dell’auto. Quest’ultima fuggì dalla scena del delitto appena iniziarono gli spari, ma in seguito si costituì alla polizia di Tulsa.

In Italia probabilmente sarebbe stata incriminata soltanto per i reati minori da lei effettivamente commessi non anche per la rapina a mano armata, nonché per la morte dei suoi tre complici. Purtroppo la donna scelse di partecipare ad una rapina a mano armata in Oaklahoma, dove la legittima difesa non impone a nessuno di scappare davanti a dei rapinatori. Ed è così che la polizia di Tulsa arrestò immediatamente la donna per l’omicidio volontario dei suoi tre compagni. Pardon? Sul punto la legge dell’Oaklahoma è chiara: tutti i cospiratori risponderanno di omicidio volontario chiunque muoia nel corso di una rapina a mano armata da loro perpetrata, anche se a morire è uno dei rapinatori stessi.

Una simile legge sarebbe impensabile in Italia dove la legittima difesa è pesantemente sbilanciata non contro, ma a favore degli aggressori. Principi come “in dubio pro reo” e “la responsabilità personale” per coloro che delinquono finiscono per tutelare meglio i delinquenti che i cittadini onesti e ciò anche quando questi sono aggrediti in casa o sul posto di lavoro.

Perché? Intanto perché teorie e regole della cospirazione sono sconosciute al diritto penale di un Paese civilista come l’Italia. In Italia quando più persone commettono lo stesso reato si parla di “concorso di persone nel reato”, le cui regole favoriscono i concorrenti. Perché? Perchè in base al nostro diritto penale ciascun concorrente nel reato – grazie alla responsabilità personale strettamente concepita ed applicata – risponde solo per il crimine specifico da lui commesso. Nei crimini complessi che comprendono altri reati, come nel caso di una rapina a mano armata, tali crimini sono da noi sanzionati di più di un semplice furto, ma non tanto quanto nei Paesi di common law dove vige il cumulo materiale delle pene.

Altro motivo: da noi esiste l’art. 116 cp che definisce e regola il c.d. “reato diverso da quello voluto”, ciò che in pratica permette al palo o all’autista di non rispondere dell’eventuale omicidio perché non era nelle sue intenzioni fare altro che guidare l’auto o fare il palo. Punto e a capo. Le regole sopra elencate in parte spiegano il perché le prigioni italiane sembrano munite di porte girevoli.

In Italia non esiste il cumulo materiale delle pene e ciò spiega perché da noi nessuno può essere condannato a centinaia di anni in carcere, senza parlare di ergastoli plurimi consecutivi, neanche se uno dovesse violare ogni precetto del codice penale nel corso di una sola azione criminosa. E perché in Italia, principi di economia di processo e nozioni di ciò che è equo e giusto fanno si che un imputato possa essere condannato soltanto alla sanzione prevista per il reato più grave commesso. Si terrà conto solo degli eventuali benefici che circostanze attenuanti possono garantire, ovvero in caso contrario, quegli anni in più dovuti a circostanze aggravanti.

Da quando Beccaria contribuì a rendere improponibile la pene di morte, l’obiettivo del sistema penale italiano non è tanto quello di punire i criminali per le loro azioni ma recuperarli ove possibile alla società civile. Nel diritto penale italiano concetti come la retribuzione / ripagare la società per le azioni delittuose non fa parte del “film”. Il concetto che il criminale ha un debito con la società non ha la stessa valenza nelle giurisdizioni “di diritto civile” e di common law. Bello no?

Nel sistema italiano, vittime di azioni delittuose ritenute colpevoli di aver reagito eccessivamente ad una aggressione, uccidendo il loro aggressore, si vedono spesso negata la “giustificazione” per le loro azioni e vengono severamente sanzionate, e spesso anche condannati a risarcire il danno agli eredi del delinquente morto sul lavoro. Benissimo!

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