Le due Italie di Angelo Panebianco e la sfida del digitale di Roger Abravanel

Il Corriere della Sera di Mercoledì 21 marzo 2018, pubblicava due articoli particolarmente interessanti: uno di Angelo Panebianco intitolato, “Due Italie e la sfida che verrà” e l’altro di Roger Abravanel, “Come fare a non perdere la partita digitale”. Il primo sulla politica interna; il secondo sulla sfida digitale. Apparentemente scollegati tra loro, sono invece talmente interconnessi da far paura soprattutto per via del ritardo pressoché incolmabile in cui si trova la relativa industria nazionale, grazie a scelte prese da un potere politico in perenne conflitto di interesse per via di un’economia più pubblica che privata.

In un’analisi politica degna del migliore doublespeak Orwelliano, quel diavolo di Panebianco, tesse la sua ragnatela riducendo il passato politico dell’Italia del secondo dopoguerra come uno scontro tra socialisti e conservatori paragonabile a quanto avvenuto nel Regno Unito (sic!). Scusate se non ce ne siamo accorti. E lo scontro della bloc politics traslato nella politica interna italiana grazie a quel muro di Berlino invisibile che continua a dividerci, tra partigiani dell’un blocco e dell’altro? Attenzione poi a non cadere nella trappola di ritenere i due principali contendenti della guerra fredda come concorrenti perfetti perché ugualmente democratici ed alternativi l’uno all’altro. Chiaramente non è così, perché non lo sono mai stati.

I sistemi non democratici erano quattro di cui solo tre uscirono sconfitti dalla seconda guerra mondiale. L’URSS di Stalin, attaccata dalla Germania si trovò improvvisamente dalla parte degli “Alleati”. Le c.d. democrazie occidentali dovettero far buon viso a cattivo gioco ed accettare l’URSS come partner. Fu così che nacque il mito del comunismo come sistema alternativo e democratico a quello “capitalista”, basato sull’economia di mercato. Ma l’URSS con il suo partito unico conosceva una sola offerta politica e quindi, il soviet supremo dell’URSS faceva le veci di un parlamento. L’organo legislativo era bicamerale: una camera rappresentava le singole nazioni e l’altra l’unione. Il tutto era gestito dal solo ed unico partito “comunista”. I sistemi economici di matrice socialista / comunista generalmente si basano sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione o quanto meno (è il caso del fascismo) il loro controllo, la pianificazione dello stato, la ridistribuzione del reddito e la rivoluzione sociale. Se vi è qualche assonanza tra comunismo e fascismo sul piano economico, su quello politico, spicca soprattutto il culto della personalità (Stalin, Mussolini) la sottomissione dell’individuo al (volere) dello stato (o collettività). Se comunisti e fascisti non disdegnano la rivoluzione armata, i socialisti, almeno nell’esperienza europea sembrano preferire le urne.

Le comparazioni per avere un senso richiedono unicità di genere e/o di specie. Volendo mettere a confronto il sistema capitalista con quello comunista, occorrerebbe prima mettersi d’accordo sulla definizione dei termini. Con il primo termine (comunismo) si è soliti descrivere un sistema politico-economico onnicomprensivo, un modo per organizzare in senso politico ed economico una determinata società, mentre con il secondo termine (capitalismo) si è soliti descrivere un fenomeno prettamente economico, che esula o prescinde dall’organizzazione politico-sociale di una determinata società.

Il capitalismo può convivere in una società politicamente organizzata come una monarchia (assoluta o costituzionale) piuttosto che una repubblica (parlamentare o presidenziale). Il comunismo per realizzare i suoi obiettivi deve comprimere le libertà individuali (dei singoli o privati) a scapito di quelle cc. dd. collettive (che nella realtà significa lo “stato” o la sua classe dirigente). La conseguente governance di tale sistema sarà portato a dilatare sempre di più i propri poteri e competenze diventando sempre più invasivo e totalizzante. Ma, al di là dei dubbi sul grado di democraticità di quel sistema, il vero dramma è che esso, ponendo l’accento sul pubblico e sulla pianificazione economica, se adottato da una società aperta, come auspica Panebianco, non sarà in grado di reggere alla (concorrenza della) globalizzazione. La scomparsa dell’URSS e l’adozione da parte cinese di una economia di mercato ne sono una conferma.

Infatti, finché il mondo era diviso in due blocchi, uno aperto perché basato su sistemi politicamente aperti che favorivano la libera iniziativa privata in sistemi economici basati sull’economia di mercato ed uno chiuso perché basato su sistemi politicamente chiusi e pianificati che non si ponevano sul libero mercato (internazionale) se non grazie all’intermediazione dei rispettivi stati, vi era un certo equilibrio che dava l’impressione che gli antagonisti erano alternativi, ma solo rinchiudendosi come dei ricci e rinunciando a misurarsi direttamente sul mercato internazionale. Caduto il muro di Berlino e l’economie pianificate degli stati aderenti al blocco chiuso, quegli stati hanno dovuto abbracciare le comuni regole di mercato dei loro avversari e le energie liberate hanno catapultato le loro economie a dei livelli mai visti prima.

Nel suo articolo Panebianco, come tanti, appare abbagliato dal mito post bellico di cui ha goduto il comunismo, forse contagiato da quella sorta di sindrome di Stoccolma che ne ha permesso il dominio in Italia dal ’47 in poi. Confonde la tradizione della sinistra italiana con quella laburista e, quindi, aperta del mondo occidentale libero cui sente di appartenere. Stranamente non confonde la tradizione della destra italiana con quella dei conservatori inglesi. Di conseguenza, Panebianco è portato a caldeggiare perché più rassicurante solo un governo M5S-Pd che lui vede come espressione di società aperta, mentre bolla addirittura come eversivo, un governo M5S-Lega, perché romperebbe una tradizione secolare, trasformando il Paese in una società chiusa.

Scambiando funzioni e ruoli di forze che almeno in occidente sono sempre state considerate poste a difesa della società aperta, ed escludendo la Lega dalla tradizione conservatrice (nonostante la platform leghista a favore di meno stato, tasse, welfare e burocrazia), Panebianco dà per scontato che il “nuovo che avanza” sarà portatore di una società chiusa che forzatamente dovrà fare una politica anti UE, anti USA e pro Russia, naturalmente senza spiegarci il perché e/o se tali scelte politiche siano sbagliate.

E’ qui, il nesso con l’articolo del buon Roger Abravanel: “Come fare a non perdere la partita digitale.” Roger ci spiega che come spesso nei decenni passati (nonostante la società apertissima diretta molto dai socialisti nostrani e poco dai conservatori) anche con la rivoluzione digitale, l’Italia rischia di perdere il treno, ovvero di fallire “….. la transizione verso la rivoluzione digitale”. Come è stata persa la transizione post industriale, ci spiega Abravanel, l’Italia rischia di perdere anche quella digitale, a prescindere dalla Lega. Perché? Anche se il fiorire di start-up ha moltiplicato i players del settore in 500 Pmi tra i 20 e i 100 milioni di fatturato “… veri e propri campioni della crescita” per citare Abravanel. Il problema resta quello di sempre, le dimensioni.

Anni fa a Modena, l’autore partecipò ad un convegno che ospitava l’Ing. De Benedetti. Ebbene, durante il suo discorso interessante, egli apostrofò l’uditorio pieno di piccoli e medi imprenditori. Nel regno del “piccolo è bello”, come si diceva allora, De Benedetti concluse la sua arringa dicendo pressapoco così, piccolo sarà anche bello, ma vi posso garantire che grande è meraviglioso! Ecco, senza aziende di rilievo, non si va molto lontani. Ora in un Paese dove il più bello e spesso anche il più ricco, grande e grosso è lo stato, le probabilità per i privati di farcela sono scarse. 

Per vincere la sfida secondo Abravanel, bisogna puntare su: 1) Il digital talent che non vuol dire solo l’informatica ma anche le relative risorse umane capaci di ideare, realizzare ed analizzare dati e di lavorare in equipe (cosa non facile nella mia esperienza lavorativa in Italia perché curata poco nelle scuole e negli sport anche di squadra). 2) Un mercato evoluto che significa non accontentarsi di vendere solo alla Pa italiana.

L’altro problema sono le “due” Italia confermate anche dalle recenti elezioni del 4 cm. Se le 500 Pmi di cui sopra sono per la maggior parte al Nord che rappresenta la parte più integrata con l’Europa ed in ripresa economica (nonostante la Lega ndr), il Sud si presente come area in crescente difficoltà.

Roger Abravanel conclude che l’Italia nonostante il ritardo può ancora evitare di perdere anche la rivoluzione digitale dei prossimi 30 anni “….. solo se gli italiani rivedranno le loro priorità, tra queste primeggia una educazione di qualità (che non potrà non aprirsi alla concorrenza dei privati eliminando un monopolio pubblico che non ha ragion d’essere e qui l’esperienza della Chiesa Cattolica americana potrebbe essere di grande aiuto ndr) e non blocco dell’immigrazione (che però si può e si deve controllare, magari per legge [meglio se per risoluzione comunitaria] con tanto di quote, paese per paese). Roger suggerisce agli italiani di iniziare a lavorare a 20 anni e magari studiare fino a 60 anni e di non andare in pensione il prima possibile come si è sempre fatto. La Germania è da sempre nostra principale cliente e fornitrice. Ed il Nord è integrato con quella economia dall’epoca dei Templari quando pure c’era un “Carroccio” (quello, longobardorum). Il buon Roger conclude auspicando per gli italiani un reddito da lavoro digitale al posto di quello di cittadinanza per chi perde il lavoro per colpa del digitale.

Salvo per l’immigrazione, la descrizione fatta da Abravanel sulle nostre chances di cavarcela con la rivoluzione digitale stridono non solo con idee e programmi della sinistra tradizionale italiana ma anche con quella di altri player politici perché per vincere la sfida del digitale e non solo quella, occorrerà modificare aspetti culturali ed istituzionali di un paese che sembra fermo al passato, bloccato dalla paura di cambiare.

Fatto in Modena il 31 marzo 2018,

by Parak