Lezioni tratte dalle recenti elezioni politiche

Le recenti elezioni sembrano aver completato il repulisti iniziato nel 1992 da “Mani Pulite” ovvero le indagini promosse dalla procura di Milano contro la corruzione politica che alla fine fece polpette dei partiti politici filo-americani, lasciando intatti e senza macchia solo quelli filo-sovietici, in primis il Partito Comunista Italiano. Ad onor del vero, quest’ultimo partito, come se subodorasse quanto stava per accadere, incominciò quasi simultaneamente alle indagini di cui sopra a trasformarsi nel partito che alla fine avrebbe preso il nome di Partito Democratico, noto anche come “progressista” o “antifascista” o più semplicemente, “la sinistra”. Le elezioni politiche del 4 marzo 2018 hanno provocato quel big-bang elettorale che pare aver posto fine all’agonia degli ex-comunisti, eliminando l’ultimo alfiere della guerra fredda.

Altro perdente è lo stato unitario o giurisdizione unica in cui si è voluto comprimere la Repubblica Italiana (penisola, isole ed arcipelaghi compresi). Infatti, se date uno sguardo alla cartina dell’Italia all’indomani del big-bang elettorale noterete che le regioni del nord e del centro fino a Roma sono quasi tutte colorate di blu salvo per le poche isole di duri e puri in Emilia e Toscana, mentre l’Italia del sud è praticamente tutta gialla. Il nord industriale con le sue grandi città e ricca agricoltura, diffusa in tutta la val padana frammista ad insediamenti industriali pesanti e leggeri ha votato solidamente per i partiti della “coalizione del nord” composta dai partiti cc.dd. “di destra” meglio descritti sotto. Il sud per contro ha votato in massa per il “nuovo” partito populista e sbarazzino M5S con la sua promessa di più welfare per i poveri ed un reddito di cittadinanza per tutti! Questa spaccatura non è sfuggita ai giornali alcuni dei quali hanno annunciato nei loro titoli il ritorno del “Regno delle Due Sicilia”. Dai tempi dell’Unità, anziché organizzare il paese in modo da rispecchiare e rispettare le diversità linguistiche e culturali degli italiani, lo stato è rimasto sordo e muto davanti ad una realtà innegabile, preferendo imporre la centralizzazione burocratica ad una terra ricca e variegata come l’Italia. Queste elezioni hanno sottolineato tale diversità, suggerendo che vi sono almeno due Italie, ciascuna con le proprie e diverse necessità politiche, economiche, e sociali.

Le elezioni oramai sono entrati nella storia. i Pentastellati si sono aggiudicati il voto popolare, diventando il primo partito con il 32% dei voti raccattati sopra tutto nelle nove regioni del sud schiacciato da una disoccupazione a due cifre ed un reddito annuo molto al di sotto della media UE. Il partito di Luigi Di Maio pur essendo il più votato, resta indietro rispetto alla coalizione di centro-destra con in testa l’altro partito “populista”, ovvero la Lega di Matteo Salvini. Questa coalizione insieme si è aggiudicato il 37,54% dei voti raccolti sopra tutto nelle otto ricche e popolose regioni del nord che insieme producano la maggior parte del PIL italiano.

Con la stampa politicamente corretta annichilita e senza parole per descrivere la scomparsa tanto improvvisa quanto inattesa delle regioni rosse, uno dei pochi giornali fuori dal coro progressista, “il Giornale” ha semplicemente intitolato, “Sinistra, Game Over”.  Ebbene, sì, gli eredi del fu più grosso partito comunista al di fuori dell’Unione Sovietica, il PD o Partito Democratico, i “Dem”, con il 20% del voto popolare, sono stati ridotti ad una specie politica in via di estinzione o quasi.

Subito dopo le elezioni, un sorridente Luigi Di Maio, ha brindato al successo del M5S ed alla nascita della “Terza Repubblica”! Una terza repubblica, comunque, che assomiglia troppo alla Prima Repubblica per stare tranquilli cioè quella che va dal 1947 fino al 1994 quando il primo governo Berlusconi avrebbe dato inizio alla Seconda Repubblica. La Prima Repubblica è stata responsabile per l’instabilità cronica del paese e per i suoi molti governi di durata annuale o poco più. La Seconda Repubblica – basata su modifiche al sistema costituzionale operate per fatti concludenti accettati da tutti i partiti senza disturbare il legislatore – è ricordata per l’esatto contrario e cioè per la stabilità e longevità dei suoi governi. Durante la Seconda Repubblica (1994 – 2006) gli italiani si abituarono a votare per un “Primo Ministro” ed il suo gabinetto che insieme all’elezione dei parlamentari avrebbero governato per la durata della legislatura. Adesso si ritorno al passato, grazie ad una recente quanto nuova legge elettorale responsabile per l’attuale pasticcio. Ciononostante, non è stato possibile quietare la rabbia del popolo nei confronti della leadership a prescindere un ritorno alla rete di sicurezza che il sistema proporzionale assicura con la soglia bassa del 3% per potersi aggiudicare uno dei ca. mille posti del parlamento italiano. Il problema è: e ora che si fa?

Dopo la prima guerra mondiale l’Italia è stata fortemente influenzata da partiti che proclamavano di essere tutti dalla parte dei lavoratori: dall’ex-socialista e giornalista Benito Mussolini con i suoi fascisti ai Socialisti come Matteotti o ai Communisti come Gramsci e Togliatti. Il problema è che tali partiti avevano la reputazione con la possibile esclusione dei socialisti di predicare meglio di quanto razzolavano. In verità, nel mondo reale tutti si abbassarono a ricorrere a mezzi indicibili pur di realizzare obiettivi meno che nobili.

Le carte politiche dispensate dagli elettori italiani sembrerebbero suggerire un governo a guida M5S che alcuni hanno già accostato alla vecchia Democrazia Cristiana della Prima Repubblica grazie alla loro posizione non ideologica (a sinistra più o meno della coalizione a guida leghista che insistono a bollare come “di destra e xenofoba”. Per consolidare una maggioranza in entrambe le camere, i Pentastellati con 228 seggi alla Camera e 113 seggi al Senato avrebbero bisogno di rastrellare altri 88 seggi alla Camera (per assicurarsi una maggioranza dei 316) e 45 seggi al Senato (per arrivare ad una maggioranza di 158). Il candidato più gettonato ad assicurare tali margini sarebbe il moribondo PD. Ma ciò sembra poco plausibile stante la forte campagna anti “populista” combattuta dai Dem che avrebbero giurato di non tradire i loro elettori.

La coalizione vincente del nord sarebbe la più vicina ad assicurarsi la maggioranza necessaria a governare in entrambe le camere: ovvero, più 49 seggi alla Camera e più 22 seggi al Senato. Ma in un parlamento bloccato, persino ciò sarebbe meno facile di quanto appaia. E quindi?

Nel sistema parlamentare italiano affidare ad un legislatore il compito di formare un nuovo governo spetta al Capo dello Stato, ovvero al Presidente Mattarella. Tradizionalmente, è il Presidente che sceglie qualcuno tra i ranghi del partito o coalizione che ha vinto più seggi in parlamento. Ciò detto, ed il fatto che Luigi Di Maio avrebbe già reclamato il suo diritto alla Premiership, suggerirebbe che Mattarella per primo incarichi Di Maio ed il M5S. D’Accordo, ma quanto tempo ci vuole perché ciò avvenga?

Bèh, intanto non abbiate fretta perché i nostri non sono noti per la loro velocità.  E ciò è un difetto tanto istituzionale quanto caratteriale. Mentre nessuno ama perdere gli italiani propio non sopportano l’idea di perdere e ciò potrebbe spiegare il perché amano la rappresentanza proporzionale e soglie minime per aggiudicarsi un seggio in parlamento. Si parla di almeno tre settimane solo per scegliere i due “Presidenti” della Camera e del Senato. Queste persone rappresentano le rispettive assemblee e sono scelti per la loro “imparzialità”; essi sono anche investiti del ruolo e dei poteri di “garanti”, assicurando che le regole parlamentari siano seguite ed applicate. Pertanto, non aspettatevi un governo prima di aprile, se mai. L’UE ha dato agli italiani fino a maggio per completare e finalizzare il loro “DEF” per il 2018. Tale “Documento di economia e finanza” è sinonimo di, Budget.

Il divertimento avrà inizio nel caso nessuno è in grado di formare un governo. In tal caso i scenari sono molteplici, senza che nessuno sia delineato in modo semplice. Il più probabile, date le preoccupazioni comunitarie per l’enorme debito pubblico del paese è un governo del Presidente, cioè uno deciso da Mattarella tra quelli attualmente disponibili. Se anche Mattarella dovesse fallire, potrebbe esserci il ricorso ad elezioni “istantanee” tenuto in conto quanto detto circa la velocità decisionale dei nostri. Comunque, senza il ritorno ad un sistema maggioritario puro, magari con un aumento della soglia prevista per aggiudicarsi un seggio in parlamento portata fino al 10%, gli italiani non potranno avere la certezza che i loro voti serviranno a dare la maggioranza richiesta per formare un governo ad un partito solo.

Le recenti elezioni sembrano aver completato il repulisti iniziato nel 1992 da “Mani Pulite” ovvero le indagini promosse dalla procura di Milano contro la corruzione politica che alla fine fece polpette dei partiti politici filo-americani, lasciando intatti e senza macchia solo quelli filo-sovietici, in primis il Partito Comunista Italiano. Ad onor del vero, quest’ultimo partito, come se subodorasse quanto stava per accadere, incominciò quasi simultaneamente alle indagini di cui sopra a trasformarsi nel partito che alla fine avrebbe preso il nome di Partito Democratico, noto anche come “progressista” o “antifascista” o più semplicemente, “la sinistra”. Le elezioni politiche del 4 marzo 2018 hanno provocato quel big-bang elettorale che pare aver posto fine all’agonia degli ex-comunisti, eliminando l’ultimo alfiere della guerra fredda.

Altro perdente è lo stato unitario o giurisdizione unica in cui si è voluto comprimere la Repubblica Italiana (penisola, isole ed arcipelaghi compresi). Infatti, se date uno sguardo alla cartina dell’Italia all’indomani del big-bang elettorale noterete che le regioni del nord e del centro fino a Roma sono quasi tutte colorate di blu salvo per le poche isole di duri e puri in Emilia e Toscana, mentre l’Italia del sud è praticamente tutta gialla. Il nord industriale con le sue grandi città e ricca agricoltura, diffusa in tutta la val padana frammista ad insediamenti industriali pesanti e leggeri ha votato solidamente per i partiti della “coalizione del nord” composta dai partiti cc.dd. “di destra” meglio descritti sotto. Il sud per contro ha votato in massa per il “nuovo” partito populista e sbarazzino M5S con la sua promessa di più welfare per i poveri ed un reddito di cittadinanza per tutti! Questa spaccatura non è sfuggita ai giornali alcuni dei quali hanno annunciato nei loro titoli il ritorno del “Regno delle Due Sicilia”. Dai tempi dell’Unità, anziché organizzare il paese in modo da rispecchiare e rispettare le diversità linguistiche e culturali degli italiani, lo stato è rimasto sordo e muto davanti ad una realtà innegabile, preferendo imporre la centralizzazione burocratica ad una terra ricca e variegata come l’Italia. Queste elezioni hanno sottolineato tale diversità, suggerendo che vi sono almeno due Italie, ciascuna con le proprie e diverse necessità politiche, economiche, e sociali.

Le elezioni oramai sono entrati nella storia. i Pentastellati si sono aggiudicati il voto popolare, diventando il primo partito con il 32% dei voti raccattati sopra tutto nelle nove regioni del sud schiacciato da una disoccupazione a due cifre ed un reddito annuo molto al di sotto della media UE. Il partito di Luigi Di Maio pur essendo il più votato, resta indietro rispetto alla coalizione di centro-destra con in testa l’altro partito “populista”, ovvero la Lega di Matteo Salvini. Questa coalizione insieme si è aggiudicato il 37,54% dei voti raccolti sopra tutto nelle otto ricche e popolose regioni del nord che insieme producano la maggior parte del PIL italiano.

Con la stampa politicamente corretta annichilita e senza parole per descrivere la scomparsa tanto improvvisa quanto inattesa delle regioni rosse, uno dei pochi giornali fuori dal coro progressista, “il Giornale” ha semplicemente intitolato, “Sinistra, Game Over”.  Ebbene, sì, gli eredi del fu più grosso partito comunista al di fuori dell’Unione Sovietica, il PD o Partito Democratico, i “Dem”, con il 20% del voto popolare, sono stati ridotti ad una specie politica in via di estinzione o quasi.

Subito dopo le elezioni, un sorridente Luigi Di Maio, ha brindato al successo del M5S ed alla nascita della “Terza Repubblica”! Una terza repubblica, comunque, che assomiglia troppo alla Prima Repubblica per stare tranquilli cioè quella che va dal 1947 fino al 1994 quando il primo governo Berlusconi avrebbe dato inizio alla Seconda Repubblica. La Prima Repubblica è stata responsabile per l’instabilità cronica del paese e per i suoi molti governi di durata annuale o poco più. La Seconda Repubblica – basata su modifiche al sistema costituzionale operate per fatti concludenti accettati da tutti i partiti senza disturbare il legislatore – è ricordata per l’esatto contrario e cioè per la stabilità e longevità dei suoi governi. Durante la Seconda Repubblica (1994 – 2006) gli italiani si abituarono a votare per un “Primo Ministro” ed il suo gabinetto che insieme all’elezione dei parlamentari avrebbero governato per la durata della legislatura. Adesso si ritorno al passato, grazie ad una recente quanto nuova legge elettorale responsabile per l’attuale pasticcio. Ciononostante, non è stato possibile quietare la rabbia del popolo nei confronti della leadership a prescindere un ritorno alla rete di sicurezza che il sistema proporzionale assicura con la soglia bassa del 3% per potersi aggiudicare uno dei ca. mille posti del parlamento italiano. Il problema è: e ora che si fa?

Dopo la prima guerra mondiale l’Italia è stata fortemente influenzata da partiti che proclamavano di essere tutti dalla parte dei lavoratori: dall’ex-socialista e giornalista Benito Mussolini con i suoi fascisti ai Socialisti come Matteotti o ai Communisti come Gramsci e Togliatti. Il problema è che tali partiti avevano la reputazione con la possibile esclusione dei socialisti di predicare meglio di quanto razzolavano. In verità, nel mondo reale tutti si abbassarono a ricorrere a mezzi indicibili pur di realizzare obiettivi meno che nobili.

Le carte politiche dispensate dagli elettori italiani sembrerebbero suggerire un governo a guida M5S che alcuni hanno già accostato alla vecchia Democrazia Cristiana della Prima Repubblica grazie alla loro posizione non ideologica (a sinistra più o meno della coalizione a guida leghista che insistono a bollare come “di destra e xenofoba”. Per consolidare una maggioranza in entrambe le camere, i Pentastellati con 228 seggi alla Camera e 113 seggi al Senato avrebbero bisogno di rastrellare altri 88 seggi alla Camera (per assicurarsi una maggioranza dei 316) e 45 seggi al Senato (per arrivare ad una maggioranza di 158). Il candidato più gettonato ad assicurare tali margini sarebbe il moribondo PD. Ma ciò sembra poco plausibile stante la forte campagna anti “populista” combattuta dai Dem che avrebbero giurato di non tradire i loro elettori.

La coalizione vincente del nord sarebbe la più vicina ad assicurarsi la maggioranza necessaria a governare in entrambe le camere: ovvero, più 49 seggi alla Camera e più 22 seggi al Senato. Ma in un parlamento bloccato, persino ciò sarebbe meno facile di quanto appaia. E quindi?

Nel sistema parlamentare italiano affidare ad un legislatore il compito di formare un nuovo governo spetta al Capo dello Stato, ovvero al Presidente Mattarella. Tradizionalmente, è il Presidente che sceglie qualcuno tra i ranghi del partito o coalizione che ha vinto più seggi in parlamento. Ciò detto, ed il fatto che Luigi Di Maio avrebbe già reclamato il suo diritto alla Premiership, suggerirebbe che Mattarella per primo incarichi Di Maio ed il M5S. D’Accordo, ma quanto tempo ci vuole perché ciò avvenga?

Bèh, intanto non abbiate fretta perché i nostri non sono noti per la loro velocità.  E ciò è un difetto tanto istituzionale quanto caratteriale. Mentre nessuno ama perdere gli italiani propio non sopportano l’idea di perdere e ciò potrebbe spiegare il perché amano la rappresentanza proporzionale e soglie minime per aggiudicarsi un seggio in parlamento. Si parla di almeno tre settimane solo per scegliere i due “Presidenti” della Camera e del Senato. Queste persone rappresentano le rispettive assemblee e sono scelti per la loro “imparzialità”; essi sono anche investiti del ruolo e dei poteri di “garanti”, assicurando che le regole parlamentari siano seguite ed applicate. Pertanto, non aspettatevi un governo prima di aprile, se mai. L’UE ha dato agli italiani fino a maggio per completare e finalizzare il loro “DEF” per il 2018. Tale “Documento di economia e finanza” è sinonimo di, Budget.

Il divertimento avrà inizio nel caso nessuno è in grado di formare un governo. In tal caso i scenari sono molteplici, senza che nessuno sia delineato in modo semplice. Il più probabile, date le preoccupazioni comunitarie per l’enorme debito pubblico del paese è un governo del Presidente, cioè uno deciso da Mattarella tra quelli attualmente disponibili. Se anche Mattarella dovesse fallire, potrebbe esserci il ricorso ad elezioni “istantanee” tenuto in conto quanto detto circa la velocità decisionale dei nostri. Comunque, senza il ritorno ad un sistema maggioritario puro, magari con un aumento della soglia prevista per aggiudicarsi un seggio in parlamento portata fino al 10%, gli italiani non potranno avere la certezza che i loro voti serviranno a dare la maggioranza richiesta per formare un governo ad un partito solo.

Fatto in data 08/03/2018

da Parak