Matteo Renzi: Un “New Deal” per l’Italia?

A prima vista, Matteo Renzi, il pirotecnico Presidente del Consiglio italiano, parrebbe avere poco in comune con improbabili compagni di strada come gli americani “FDR” (il Presidente americano preferito dallo stesso Renzi) e “JFK”, senza voler disturbare personaggi chiacchierati come Benito Mussolini o Silvio Berlusconi. Ma a ben guardare non può sfuggire come la sua “giovane età” e “verve” lo avvicinino per certi versi, sia al temuto duce del fascismo, che al quasi nobile e Cattolicissimo Presidente statunitense, Kennedy. L’eloquio di Renzi, nonché la sua capacità di incantare gli ascoltatori, lo avvicinano di più a leader carismatici come FDR, Mussolini o JFK che a qualsiasi altro uomo politico Italiano, con la possibile eccezione di Silvio Berlusconi.

A trentanove anni Matteo Renzi è il più giovane Presidente del Consiglio nella storia dell’Italia moderna. Prima di lui il primato spettava a Mussolini, testa calda radicale, che a quarant’anni ricevette da Re Vittorio Emanuele III l’incarico di formare un governo nel 1923. Renzi aveva trentanove anni quando ricevette un incarico simile dal Presidente Napolitano. Berlusconi, Mussolini e Renzi hanno tutti segnato una rottura nel sistema politico del Paese. Tutti e tre sono accomunati da simili valori e background politici maturati nell’alveo della sinistra del loro tempo, ma mentre Mussolini era decisamente anticlericale, Renzi e Berlusconi sono cresciuti nella tradizione cattolica.

Berlusconi e Renzi condividono il triste primato di essersi insediati al governo durante la più grossa depressione dai tempi della c.d. Grande Depressione che ebbe inizio col crollo della borsa americana nel 1929 e richiese ben due decenni ed una guerra mondiale prima di essere domata. Ironicamente, FDR, un democratico con il pallino del governo forte ed accentratore (che gli italiani preferiscono chiamare “stato”, forse per distinguere l’insieme dagli esecutivi italiani [istituzionalmente prim’ancora che politicamente, deboli]), adottò alcuni rimedi sperimentati proprio dagli italiani sotto Benito Mussolini, nel disperato tentativo di arginare la povertà e la crescente disoccupazione. Se Matteo Renzi nei suoi primi cento giorni ha fatto poco più che approvare un aumento mensile di € 80 ai dipendenti che guadagnano meno di € 24.000,00 all’anno, FDR è stato invece un uragano che nello stesso lasso di tempo implementò quasi tutti i programmi e le agenzie governative che avrebbero caratterizzato la sua Presidenza. Molte di queste agenzie, come ad esempio, la TVA, funzionano ancora.

La prima cosa che FDR fece quando si insediò fu di allentare le misure di austerità dei Repubblicani, alcune delle quali erano allora tanto miopi quanto quelle adottate oggi dagli Europei. Per rendere giustizia ai Repubblicani, va detto che Hoover e la sua amministrazione si mossero subito per combattere la disoccupazione con grandi opere pubbliche come la costruzione del “Boulder Dam”, realizzata però, non dalla mano pubblica, ma alla maniera repubblicana, da un consorzio di società private, la Six Companies, Inc., che diede lavoro a migliaia di disoccupati e completò i lavori in soli 5 anni (ben 2 anni prima del previsto). Il New Deal di FDR si basava su sussidi, ripresa e riforme, parole che suoneranno tristemente familiari all’italiano medio che quasi ogni giorno viene bombardato da promesse di rimettere in moto l’economia con sussidi e riforme finanziate da ulteriori tasse a danno di una classe media sempre più esile che va ad ingrossare le file dei nouveaux pauvres. La seconda cosa che fece Rossevelt fu quella di creare un certo numero di grandi lavori ed agenzie come la “WPA” (Works Progress Administration) e la Tennessee Valley Authority (“TVA”). Sospinto da una disoccupazione mostruosa, FDR dilatò l’intervento pubblico nell’economia a tal punto che lo stato diventò presto il più grande datore di lavoro di tutto il Paese.

Iniziata nel 1931 sotto l’amministrazione Repubblicana di Hoover, la gigantesca Boulder Dam fu completata nel 1935 sotto la Presidenza di Roosevelt. La grande diga di Boulder prese il nome – non senza polemiche – del Presidente Repubblicano che ne tenne il battesimo, Herbert Hoover. Questi si sarebbe preso la colpa per il crollo dei mercati azionari di Wall Street e la Grande Depressione che ne seguì. Mentre la TVA avrebbe ridotto le alluvioni e portato acqua a tutto il sud-est, la grande diga di “Hoover” avrebbe fatto altrettanto per tutto il sud-ovest.

I critici di Roosevelt non mancano di sottolineare come il Presidente spese di meno e tassò di più (del lecito), prolungando così la depressione. Per questi critici le politiche di Roosevelt resero più costoso per gli imprenditori assumere lavoratori e reperire capitali. Infatti, questi stessi critici rilevano come per tutta la sua presidenza (marzo 1933 ad aprile 1945), un forte sentimento anti-imprenditoriale pervase l’amministrazione come non si era mai visto prima in tutta la storia americana.

Le somiglianze, però, si fermano qui. Mentre è presto per giudicare Renzi ed il suo gabinetto, per il momento almeno, il nostro giovane premier è stato più fumo che arrosto. Lo stesso, certo, si può dire anche dei suoi predecessori, compreso Berlusconi il quale, però, a differenza di Monti, Letta e Renzi, fu eletto dal popolo anziché nominato nella carica dal Capo dello Stato, Napolitano. Ad onor del vero, Berlusconi fu costretto ad una lotta impari dal primo giorno. Berlusconi può aver straguadagnato i consensi della c.d. “maggioranza silenziosa” al centro ed alla destra della sinistra, noblesse della politica italiana, ma non riuscì mai a far breccia nello “Stato” che gli è sempre rimasto ostile. I milioni di burocrati e funzionari pubblici che fanno funzionare la macchina complessa di uno stato come l’Italia, gli si misero contro dall’inizio. Questi servitori dello stato sapevano troppo bene chi ringraziare per il loro pane quotidiano e non fecero alcun mistero dell’antipatia che nutrivano per Berlusconi e per il suo governo. I risultati scarsi di Berlusconi erano dovuti grazie anche alla resistenza ed apatia della burocrazia. Nel caso di Berlusconi, la resistenza venne anche dai suoi. In Italia, un “premier” non ha il potere di assumere e licenziare i ministri del proprio gabinetto. In un Paese dove la rappresentanza proporzionale ha fatto regola piuttosto che eccezione il governo di coalizione, è facile per un “premier” italiano trovarsi alla mercé di uno o più soci di coalizione (grandi o piccoli che siano). Come tanti venuti prima di Lui, Berlusconi si è dimostrato essere un leader portato più ad abbaiare che a mordere, comandante svogliato, privo di quella capacità di comando e controllo necessari a determinare gli eventi sia dentro che fuori del proprio governo. Dopo soli nove mesi dalla valanga di voti che diedero i natali al primo governo Berlusconi (10 maggio 1994 – 17 gennaio 1995), Silvio Berlusconi fu costretto a dimettersi (22 dicembre 1994).

Certo che il nostro giovane premier non deve preoccuparsi di fare una simile fine. Dopo tutto Lui viene dai quartieri giusti. Ha il pedigree che gli deriva da anni di militanza nel partito post-comunista, detto “democratico”, ancorché tacciato dal peccato originale del cattolicesimo. Come Mussolini, Renzi nasce a sinistra ed usa tutte le parole giuste ad incominciare con “sociale” per finire con “solidarietà”. La sua ascesa al potere fu radicato sulla promessa di “rottamare”, ovvero sostituire come ferri vecchi la leadership formatasi ai tempi della guerra fredda per far posto alla nuova e giovane leadership di oggi. Lui stesso un giovane, Renzi ha riempito il suo gabinetto con diversi uomini e donne sotto la quarantina. Nulla di nuovo in questa terra di anziani. Per antica tradizione la leadership in Italia è stata spesso affidata agli anziani. Mussolini fu il primo a rompere con tale tradizione. In ciò fu aiutato da una leadership socialista accecata dall’invidia ed arrabbiata dal tardivo interventismo di Mussolini. Infatti, Mussolini era passato da pacifista a deciso interventista schierato a favore dell’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, motivato da un crescente spirito nazionalista sì, ma convinto anche che la guerra avrebbe fatto precipitare la rivoluzione. La leadership socialista a partire da Filippo Turati si trovò in disaccordo con l’interventismo Mussoliniano e lo cacciarono dal partito nel 1914. Sfortunatamente, Mussolini non era uno da farsi mettere da parte facilmente. E, dopo essersi distinto in guerra, decise di mettersi in proprio. In pochi anni si trovò a capo di un numero crescente di seguaci e nei primi anni ’20 era pronto a rimpiazzare la vecchia e stanca leadership con una completamente ringiovanita composta da molti ex-combattenti come Italo Balbo ed Ettore Muti. Questi uomini erano giovani, meglio istruiti e disoccupati. Essi erano anche arrabbiati. Più numerosi della vecchia guardia, questa si dimostrò troppo debole per fermarli. Presto essi riempirono i ranghi di fascisti, futuristi e nazionalisti ed insieme marciarono verso il potere nella scia di capi come Gabriele D’Annunzio e Benito Mussolini al canto di “Giovinezza”. La “…primavera di bellezza” di Mussolini sarebbe durata vent’anni ed avrebbe lasciato il Paese in rovina.

Ciò che iniziò come una rivoluzione per modernizzare il Paese, guidata da un giovane leader socialista, deluso perché bocciato dal proprio partito, presto degenerò. Nella sua corsa verso il potere, il fascismo cessò di essere movimento politico a indirizzi plurimi, capace di raccogliere seguaci e consensi da ogni classe sociale e si trasformò in partito politico con aspirazioni nazionali. Il Partito Nazional Fascista fu fondato il 9 novembre del 1921. Nella fretta di arginare l’opposizione, esso diventò egemone. In breve tempo, il Partito Nazional Fascista diventò il solo partito, e dal 1925 in poi, quel sistema politico basato su di un solo ed unico partito, si trasformò in regime diretto dal suo capo e dittatore, Benito Mussolini.

Oggi, quegli stessi leader che hanno già tradito le aspettative degli Italiani, vorrebbero far loro credere che il “bipolarismo” è responsabile dei molti problemi del Paese. Per fortuna che non ha funzionato! Questi leader, molti dei quali Renzi vorrebbe rottamare, danno la colpa ai tentativi di traghettare il Paese verso un sistema bipartitico (sic!). Ora che pure questo è fallito, essi ragionano, è ora di tornare al sistema multi-polare degli anni pre-Berlusconiani. E, salvo una trasformazione radicale dell’intero sistema politico italiano, è esattamente la direzione cui il Paese è indirizzato. Questi leader formati negli anni della “guerra fredda”, sono contro Renzi e pro la vecchia guardia, composta da “duri e puri” come Susanna Camusso e Maurizio Landini, sindacalisti contrari a qualsiasi modifica di una legislazione del lavoro informata al comunismo.

Le recenti elezioni regionali hanno comprensibilmente sottolineato il crescente malumore della vecchia guardia comunista con il movimento del giovane Renzi che vorrebbe “rottamare” i ferri vecchi per far posto a quelli nuovi. Il sensibile calo nei voti registrato dai “dem” ai seggi, non fu tale da provocare perdite significative nelle fortezze “rosse” di Bologna e Modena, dove il PD rimane saldamente al potere. Eppure, la disaffezione di una parte sensibile dell’elettorato, fu immediatamente attribuita a Renzi da vecchi capi partito sopravvissuti alla guerra fredda, come prova provata che gli elettori di sinistra preferiscono la linea dura e pura del passato remoto. Alcuni di questi leader probabilmente non desidererebbero altro che liberarsi di Renzi. Essi, però, farebbero bene a ripensarci, date le conseguenze catastrofiche per l’Italia l’ultima volta che un leader carismatico come Renzi fu bocciato dal proprio partito.

Renzi ed i suoi “giovani turchi” sanno che il sistema di governo italiano è fallito senza rimedio, perché le condizioni che lo avevano partorito (la politica dei blocchi e la guerra fredda) non esistono più. Insistere a voler far funzionare un sistema obsoleto nell’era della globalizzazione equivarrebbe a suicidarsi. Già il Paese è afflitto da stagnazione economica e deflazione. L’Italia ha bisogno di una nuova trappola per topi per tornare ad essere competitiva. Che fare? Di recente si è tornati a sentir parlare della necessità di un “partito di unità nazionale”, nel quale tutte le forze “democratiche” (?) dovrebbero identificarsi. Una soluzione basata sul partito unico, magari popolato dalle forze politiche migliori di Italia? Il ritorno alla democrazia del partito unico come per esempio quello del Congress Party indiano o della Democrazia Cristiana durante i primi anni del dopo guerra? Difficile a dirsi. Per adesso Renzi ha evitato di impantanarsi in dibattiti sulla fattibilità od opportunità di una tale soluzione. Egli pare intento a sopravvivere politicamente abbastanza almeno da far passare le sue riforme “new deal”. E’ presto per dire se egli ci riuscirà, se durerà abbastanza per fare la differenza, per portare il Paese lontano da una politica della democrazia esclusiva basata sul confronto e verso una politica della democrazia inclusiva basata sul consenso. Il tempo è tiranno, ma se pure Renzi dovesse tradire le aspettative, per il Bel Paese il suo “new deal” potrebbe anche essere l’ultimo.

Scritto inedito del 29 novembre 2014

by pparak